Dossier

CIE, STORIE DI RESISTENZA E SORRISI

Viaggio nel Centro di Identificazione e Espulsione di Ponte Galeria. L’ex Cpt, oggi CIE, continua a raccogliere storie e testimonianze difficili. E non mancano nemmeno le rivolte.

Roma- Mercoledì 24 giugno, ore 10,30. Asfalto e caldo. Cielo grigio. Quattro frecce lampeggiano e scandiscono i secondi in mezzo a un pezzo di nulla tra la Fiera di Roma, l’autostrada e l’Aeroporto. Un triangolo delle Bermuda a pochi passi dal mare che tiene fede al suo nome e ti fa perdere la direzione.

Chiudo lo sportello e domando a un “fruttarolo” col furgone a un angolo della strada se sono nella giusta direzione per il CIE di Ponte Galeria. Sul retro un ragazzo scarica cassette e su una sedia di plastica bianca un lato strappato di uno scatolone funge da cartello, avvisandomi che si tratta di  prodotti a chilometro zero provenienti da Torrimpietra.
Sei arrivato, è quella cosa laggiù che sembra un campo de concentramento. E se questo non se sbriga a scaricamme i meloni ce mando pure lui.

Identificazione. La I di CIE sta per questo. Al CIE ci finisce chi, fermato per un controllo, non è in grado di (non può, non vuole) fornire documenti che attestino le sue generalità. Identificazione è la parola più importante di quell’acronimo. Quella intorno a cui ruota tutto. Pure più importante della E che sta per Espulsione. Nel Centro ci resti 30 giorni se provieni dal carcere e hai scontato la pena senza che qualcuno sia riuscito a identificarti. Oppure ci resti fino a 90 giorni se ci arrivi direttamente. Nel periodo di trattenimento (non è una detenzione, ma neanche una permanenza volontaria, il termine giusto mi dicono che è quindi trattenimento) le forze dell’ordine lavorano per trovare le identità dei “trattenuti”. Allo scadere dei 30 o 90 giorni se non hai ancora un’identità vieni messo in decorrenza. Ovvero alla porta, con in mano un foglio che ti dà sette giorni di tempo per organizzarti autonomamente e lasciare il suolo italiano. Ovviamente nessuno lo fa.

Identificano anche me. Al gabbiotto due militari mi chiedono i documenti e trafficano col telefono. Parlano con qualcuno, mi chiamano un giornalista, poi devo acquistare credibilità ai loro occhi e divento il giornalista. Prendono dei registri e iniziano scriverci il mio nome. Accanto a me c’è una ragazza, si chiama Maria, avrà poco più di vent’anni e un braccialetto giallo al polso destro con una scritta nera NO ETICHETTE. Anche lei deve entrare. Aspetta il suo turno per lasciare i documenti. Le chiedo se è la sua prima volta lì, ma le squilla il telefono prima che possa rispondermi: “Pronto amo’, sto qui fuori. Lascio i documentati e arrivo”. Lo capisco da solo, ma lei ci tiene a precisare che no, non è la prima volta e che vorrebbe lasciarmi il suo numero. Vorrebbe parlarmi privatamente uno dei giorni seguenti. La rivedrò più tardi all’ingresso abbracciare e commuoversi all’arrivo del suo ragazzo.

Il militare mi bussa sul vetro. Ora sanno chi sono, posso entrare, mi indica la direzione. Al momento della mia visita a Ponte Galeria sono trattenute 104 persone. 70 uomini e 34 donne. Scambio due chiacchiere con Enzo Lattuca, il presidente dell’associazione Acuarinto, che non mi rilascerà un’intervista ufficiale, ma mi aiuterà a orientarmi all’interno. L’associazione che presiede non ha nulla a che fare con la parte relativa al riconoscimento, loro hanno un ruolo ben diverso e definito. Devono garantire i diritti base e sanitari di tutti i trattenuti e facilitare il dialogo attraverso la mediazione culturale e linguistica. Inoltre attorno al Centro orbitano diverse strutture esterne che forniscono ai trattenuti consulenze di ogni tipo.


Si vive alla giornata in posti simili, spesso si deve combattere per ottenere piccole cose, come riuscire a organizzare due partite di calcetto al giorno. Per far felici venti persone anziché dieci. Si vive di piccoli successi di questo tipo. Spesso poi bisogna fare i conti con chi arriva da un carcere ed è ancora convinto di starci dentro. Molti ex detenuti che entrano in un CIE non sanno dove si trovano e credono che gli anni di galera possano essere utilizzati come stelle di merito. Più anni hai fatto e più meriti rispetto. Ma quella non è un prigione ed è difficile, almeno inizialmente, farglielo comprendere. Chiedo se allo stesso modo sia difficile il rapporto con le forze dell’ordine. Banalmente la domanda che mi passa per la testa in quel momento è: invece i poliziotti sanno dove si trovano? Loro lo sanno che un CIE non è una galera? Mi ha colpito un poliziotto all’ingresso che, evidentemente senza troppo lavoro, guardava la televisione con il manganello attaccato alla cintura. Sit-com e distintivo, mi sembrava un connubio un po’ stridente. La risposta alla mia domanda è sì, anzi  la cosa più bella degli ultimi mesi pare essere l’armonia che si è creata tra forze dell’ordine (all’interno del CIE sono presenti carabinieri, poliziotti, guardia di finanza ed esercito) i civili e i trattenuti. E mi dice che uno dei più grandi successi ottenuti in quei primi mesi di lavoro (l’attuale associazione è in servizio da inizio anno ndr) è un articolo uscito su Il Tempo qualche mese prima in cui si  parlava dei sorrisi dei trattenuti che allontanavano le giornate buie delle tensioni e delle bocche cucite per protesta.

Faccio un giro nel centro e  visito gli uffici. Su una porta leggo “Benvenuti all’inferno, merde” e mi viene spiegato che l’associazione precedente non ha preso benissimo il non rinnovo dell’appalto e ha lasciato dei messaggi di benvenuto per i nuovi operatori. La cosa che mi colpisce di più è la differenza tra le due mense. Quella delle donne ricorda quella di una normale scuola, quella degli uomini è simile a quella di un carcere. I trattenuti non vengono mai in contatto con chi da’ loro il cibo, che viene servito attraverso delle fessure in delle finestre rafforzate. Il giro continua e arriviamo nel reparto femminile.

Conosco Alma. Si inizia a lamentare non appena mi vede. Dice che nei bagni ci sono bacarozzi e vermi. Fuma tre sigarette nei dieci minuti che parliamo. Ha un accendino con se, ma non potrebbe tenerlo. Occhi blu, vivaci. Ha tanta voglia di parlare. È magrissima e ha un’età indefinibile, credo comunque più vicina ai cinquanta che ai quaranta. Faceva la badante a Milano, poi è finita in carcere ed eccola qui a concludere il sui iter. Lei non resterà i classici 30 giorni come da prassi, resterà di più perché ha avviato le procedure per richiedere asilo.  Mi colpisce il racconto del suo arrivo a ponte Galeria. Lei era convinta di uscire dal carcere. Le hanno detto che sarebbe andata a fare un visita medica e si è ritrovata al CIE di Roma. Da Linate a Fiumicino. Da Bollate a Ponte Galeria senza che nessuno le spiegasse cose stesse accadendo. Pensava di essere libera e si è trovata a centinaia di chilometri da casa. Il direttore conferma che procedure di questo tipo non sono insolite. Alma è arrivata in Italia nel 94 dalla Bosnia dilaniata dalla guerra. Avrebbe potuto chiedere asilo come rifugiata ma non l’ha fatto. E se le domandi il perché scuote la testa nervosamente quasi per voler scacciare una domanda fastidiosa che avrà sentito decine di volte. In Bosnia non ha più niente, dice che per lei casa è in Italia e spera che tutto possa concludersi nel miglior modo possibile. Mi saluta e mi chiede ancora una volta di scrivere che le condizioni dei bagni sono atroci, soprattutto ora che fa caldo.

Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)
Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)
Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)
Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)
Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)
Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)
Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)
Reportage nel C.I.E. di Ponte Galeria (Fotore di F. Vergari)

Doris mi accompagna in una delle camerate da otto. Mi affaccio, ma non entro per rispetto di alcune persone che stanno riposando. In sottofondo deejay tv trasmette musica. Doris sorride. Ha appena attaccato al telefono. La sua famiglia possedeva una piccola isoletta in Colombia. Ora, dice, se torna lì giù l’ammazzano perché quell’isolotto è in mano ai narcotrafficanti. Crede che questa situazione basti per richiedere asilo politico, ma il direttore la gela e le ricorda che non è compito dello stato italiano proteggerla dai narcotrafficanti, ma dello stato colombiano.  Lei sorride comunque. Sembra voler quasi dire in qualche modo si farà, ho sempre fatto tutto in qualche modo. È in Italia da 31 anni ed è quasi più italiana di me, penso. Fa la dogsitter e ha  piccoli reati alle spalle, commessi 15 anni fa. È stata sposata con un italiano e ha due figli maggiorenni che vanno all’università. Mentre parliamo la chiamano due volte. È di Genova ma è stata fermata a Sassari mentre faceva assistenza ad un’ amica malata di tumore.

Perché non ha approfittato del periodo in cui era sposata per chiedere la cittadinanza? Perché non si è sposata per quello. E lo dice candida, come se le stessi chiedendo la cosa più banale del mondo. Saluto Doris, ha gli occhi che le brillano. Vuole solo tornare da suoi figli e non vede l’ora che accada. Possedeva un’isola, del resto. Non può certo fermarla un CIE.

Nel reparto maschile ci si può accedere solo scortati dalla polizia, sono le regole. Preferisco non farlo per non disturbare la maggior parte delle persone che dormono ancora a causa del ramadan in pieno svolgimento in quei giorni. Riesco però a scambiare qualche parola attraverso le sbarre con un ragazzo. Si chiama Junio. È nigeriano, ha 26 anni. Mentre chiacchieriamo beve caffè, ma è già abbastanza eccitato di suo; esce domani ed è felice. Lo aspetta un treno per tornare a Cesenatico dove vivono sua madre e i suoi fratelli. Mi dicono che sei forte a giocare a pallone. Troverai un ingaggio magari fuori di qui, scherzo. Lui mi risponde serio, pensandoci. A 25-26 anni  è difficile ormai e lo dice con un’espressione strafottente di chi sa di essere davvero forte a giocare a pallone. La tipica aria dell’avrei potuto se avessi avuto la testa che si vede spesso anche nelle periferie di Roma. Tornerà a Cesenatico e cercherà un modo per regolarizzare la sua situazione. Vuole un lavoro e vuole stare tranquillo. Vuole prendersi cura di sua madre e dei suoi fratelli che al suo contrario sono nati in Italia.  Dice che stavolta basta cazzate. Viene da due anni di comunità e prima ancora il carcere. Il CIE non ha nulla a che vedere con le realtà precedenti. Qui puoi fare tutto, dice, ma ammette anche che le condizioni non sono facili. Anche lui parla dei bagni. Gli faccio gli auguri per domani. Ci salutiamo pugno contro pugno.

Juno, Doris e Alma sono solo tre storie. Storie in cui è possibile trovare speranza e voglia di cambiare. Se dovessi scegliere una parola per definire la giornata sarebbe Occhi. I loro occhi parlavano. Non sorridevano, ma non erano neanche spaventati. Erano curiosi e vogliosi di parlare con me. Desiderosi di dire qualcosa, di non vivere passivamente quella condizione. Di non accettare che qualcun altro continui a decidere per loro. Erano occhi che guardavano al di là di un muro e di qualche giro filo spinato, che non puoi chiamare prigione, anche se quello sembra.

Apri il il cancello arriva il giornalista. I militari continuano a chiamarmi così. Ritiro la mia carta di identità. Eccola ancora l’identificazione lì davanti al gabbiotto dove ho incontrato Maria. Maria che cercherò, ma che preferirà non vedermi, mancano solo dieci giorni all’uscita del suo ragazzo e alla fine, dice,  passeranno in fretta.  Perché rischiare? Già, perché?

Oggi ho visto le parole borderline, confine e dignità fondersi, assumere ogni possibile sfumatura e confondersi nelle rughe di tre volti. Volti che prevalentemente sorridevano. E aspettavano.  Sorridere e aspettare. Perché altro da fare non c’è.

In altri tempi, forse, l’avrebbero chiamata resistenza.

Federico Vergari

Federico Vergari

Nato a Roma il 3 giugno del 1981. Giornalista pubblicista dal 2011, collabora con diverse testate scrivendo prevalentemente di sport, cultura, fumetti e costume. Nel 2008 pubblica, per la casa editrice Tunué, Politicomics un saggio sul rapporto tra comunicazione politica e fumetti.

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