La boxe thailandese per scavare in un dolore lasciato sepolto per troppo tempo, per farlo emergere e cercare di comprenderlo, anche se a piccole dosi, questa è la storia, raccontata da Simone Manetti, che ha visto protagonista Chantal Ughi, campionessa mondiale di Muay Thai.

Grazie all’occhio della macchina da presa del regista Simone Manetti, che pedina la donna prima che la lottatrice in un percorso volto alla scoperta dell’intimo bisogno di Chantal di allenarsi, “Ciao amore, vado a combattere”, che ha trionfato al Biografilm Festival ed è stato recentemente presentato all’On The Road Film Festival, presso il romano Cinema Detour, narra dell’apparente countdown verso la riconquista del titolo mondiale, ma in realtà scandisce le tappe del tentativo di disseppellire un intimo dolore

Chantal Ughi è di origini italiane e nasce come attrice e modella, ma la sua sensibilità unita ad un passato burrascoso entro le mura familiari la conducono a New York inizialmente per degli studi di recitazione che poi virano prepotentemente verso la possibilità di abbandonare la candide vesti della fanciulla indifesa e indossare quelle di un’agguerrita campionessa di vita, più in particolare di una lottatrice di Muay Thai. «Nel periodo americano della mia vita mi iscrissi in palestra, sentivo la necessità di avvicinarmi ad un’arte marziale e così un giorno mi consigliarono di andare ad assistere ad un allenamento di Muay Thai. Mi resi subito conto che si trattava di un training davvero pesante e complesso ma provando capii che era la disciplina marziale che faceva al caso mio, che rispecchiava le mie esigenze e da allora non ho più smesso di allenarmi».

Il dolore. Chantal aveva bisogno quasi di espiare quel dolore che aveva provato sin da piccola, da quando aveva tre anni, dolore che aveva abilmente represso e nascosto in una delle zone più recondite del suo inconscio. L’essere modella, attrice erano scelte di vita che non le si addicevano in quanto abiti troppo comodi ed esprimenti un’esteriorità di grazia ed armonia che non erano propri di quella donna. Chantal aveva provato un dolore dell’animo così acuto che non poteva essere abbellito con graziosi vestiti e orpelli di apparente equilibrio: doveva trovare la sua via, la via che l’avrebbe condotta verso quel luogo inconscio in cui aveva riposto il dolore e, avvicinandosi il più possibile, comprendere e divenire consapevole degli errori del padre, un padre manesco che non riusciva a placare un istinto di collera che troppo spesso lo assaliva. Prendere coscienza di quanto anche suo padre avesse sofferto nella sua esistenza per sviluppare un sentimento di rabbia incontrollata che si versava su di lei e sulla sua famiglia, solo così Chantal poteva tornare a sentirsi libera. E quale modo migliore di entrare in contatto col dolore se non quello di provarlo sul proprio corpo, attraverso una sana disciplina quale la Muay Thai? «Era molto doloroso, ma a me piaceva questo fattore del dolore, sentivo che era ciò che cercavo».

E allora avviene il radicale cambiamento: da modella ed attrice Chantal si trasferisce in Thailandia e si trasforma, convertendo il suo corpo fino a diventare non una semplice atleta, ma una campionessa mondiale di boxe thailandese, relazionandosi con il suo corpo più brutalmente, senza esclusione di colpi. «Ci sono dei legami tra i due percorsi che ho intrapreso. In entrambi si instaura una sorta di sfida. Fare l’attrice o la modella rappresentava una sfida con me stessa, esattamente come intraprendere la carriera di lottatrice, entrambe sono performance-based: come l’attrice sale sul palco, così la lottatrice sale sul ring ed entrambe eseguono quella che appare come una performance, sfruttando il proprio corpo, anche se in modo totalmente diverso. Prima ero un po’ più femminile, ora, dopo anni di continui allenamenti di 6 ore al giorno senza tregua, il mio corpo è mutato, è più robusto, asciutto, muscoloso. La Muay Thai è uno sport di tipo maschile ed io mi sono avvicinata ad esso sapendo che sarei stata oggetto di cambiamento. Mi piaceva l’idea di diventare simile ad un ragazzo thailandese, più androgina» e quindi si è buttata a capofitto in quest’esperienza non puramente sportiva, ma di vita, legata al suo vissuto più intimo, grazie alla quale è riuscita ad esprimere tutta la sua frustrazione e a raccontarsi… ed ecco che prende vita “Ciao amore, vado a combattere”, il film-documentario di Simone Manetti mostrante una Chantal Ughi che si mette a nudo, con la forza della campionessa e la fragilità della donna. Usufruendo di materiale di repertorio collezionato dalla stessa Chantal, utile per mostrare i suoi incontri, e di riprese eseguite dalla troupe del regista, il film vuole essere, come definito dallo stesso Simone Manetti, un affresco reale della vita della protagonista, dove nulla è lasciato alla recitazione: «L’approccio che ho avuto è stato quello del pedinamento: seguendo quanto accadeva, riprendendo 14-15 ore al giorno per 30-35 giorni con due macchine da presa, ho aspettato che gli eventi si manifestassero, che le reazioni si verificassero e ho cercato di essere sempre lì, pronto per documentare quanto stava succedendo, ma mai chiedendo a Chantal o agli altri di recitare un copione, solo di raccontare la loro esperienza».

Ciao amore, vado a combattere”, quindi, vuole essere il ritratto di una donna ferita da un passato che sta continuando ad elaborare, che fa parte della sua storia e che difficilmente verrà cancellato. «La Muay Thai mi ha permesso di sfogare quello che era il mio personale vissuto, non mi alleno per “tenermi in forma”, lo faccio perché ne ho bisogno. Purtroppo sento ancora quel dolore, penso che non mi abbandonerà mai. Grazie a questo film però ho avuto modo di aprire un dialogo con i miei genitori – i quali sono stati intervistati e i loro ricordi sono stati impressi all’interno del lungometraggio – ma credo che ciò che provo rimarrà seppellito in una parte di me per sempre».