LA RISPOSTA IN UN DOCUMENTO ANTICHISSIMO…
Roma- Tutto ha inizio sul banco di un pescivendolo, a Costantinopoli. È l’anno 1436, e ancora per poco Costantinopoli rimarrà capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Siamo alle soglie dell’era moderna. Il manoscritto è lì, sul banco, in questa rivendita usato come carta per avvolgere il pesce, fa parte di un manoscritto antico di duecento pagine circa, usato insieme alla carta di imballaggio. È un giovane chierico latino, l’italiano Tommaso d’Arezzo, che lo trova quasi miracolosamente e lo acquista per pochi soldi. È lui che lo consegnerà al cardinale Stojkovic, che lo porterà con sé al concilio di Basilea. Questo manoscritto ha una vicenda avventurosa, e dopo varie peripezie, entrerà a far parte della biblioteca di Strasburgo. Ma ha un epilogo doloroso: nel 1870 il manoscritto è stato distrutto da un incendio, causato da un bombardamento dell’artiglieria prussiana! Per fortuna, nel XVI secolo vennero fatte tre copie, che ci hanno tramandato fino ai nostri giorni il testo.
L’autore è avvolto nel mistero, nonostante ci siano stati numerosi tentativi per identificarlo con uno dei padri apologisti. È uno scritto presumibilmente della fine del II secolo, in un periodo antecedente a Clemente Alessandrino, in stretto collegamento con la letteratura apologetica. Il luogo di redazione sembra essere Alessandria d’Egitto; anche il destinatario Diogneto (=generato da Giove), è sconosciuto e non è escluso che si tratti di un nome fittizio o di un personaggio reale; in quest’ultimo caso alcuni studiosi lo hanno identificato con un filosofo stoico della cerchia dell’imperatore Marco Aurelio, od un procuratore di Alessandria, Claudio Diogneto (anno 197-203).
È stato definito come perla preziosa ed è lo scritto più affascinante della letteratura cristiana in lingua greca, pieno di finezza e di eleganza.
Il primo capitolo rappresenta il prologo, con i quesiti del pagano Diogneto. La prima parte dell’opera, dal capitolo 2 al capitolo 4, è strettamente apologetica, con la critica alla religione pagana e a quella ebraica. Nella seconda parte, capitoli 5-6, abbiamo una presentazione su chi sono i cristiani e qual è il loro rapporto con il mondo, di cui i cristiani sono come l’anima nel corpo. Nella terza parte, capitoli 7-9-10, è presente un’introduzione alla dottrina cristiana e l’esortazione alla conversione di Diogneto. Nei capitoli 11 e 12, da alcuni studiosi non ritenuti autentici, abbiamo la conclusione sul significato della conoscenza, verità e vita, in rapporto con il Logos rivelato.
Più che una lettera è da considerarsi un discorso, secondo gli elementi corrispondenti al genere della letteratura apologetica. Tipico della letteratura apologetica dei primi secoli, è la difesa della fede cristiana dagli attacchi esterni. Nell’antichità i cristiani si trovarono a dover dare risposta su due fronti: nel campo religioso nei confronti degli attacchi da parte del giudaismo, e nel campo politico e culturale, nei confronti dei pagani. Questi attacchi portarono alla persecuzione sociale ed alle risposte degli scritti dei Padri Apologisti (sia per gli ebrei che per i pagani). Proprio nella prima parte dell’opera avviene in maniera più accentuata ciò. Lo scritto manifesta una grande finezza e un carattere alessandrino, e le domande che Diogneto presenta sono le questioni più dibattute negli scritti dei Padri Apologisti del II secolo, sia greci (quali Giustino, Taziano, Atenagora, Teofilo) che latini (Minucio Felice e Tertulliano). La domanda principale che Diogneto pone è la richiesta di mostrare il Dio cristiano.
L’Autore utilizza la Sacra Scrittura con spontaneità, di continuo ma senza appesantire l’interlocutore. Utilizza principalmente i concetti ed espressioni di Paolo, anche se si sente un indubbio influsso giovanneo. Dell’Antico Testamento abbiamo dei riferimenti ad Isaia, nella polemica con le usanze giudaiche, e Sapienza.
Nella lettera a Diogneto viene per la prima volta chiarito il rapporto tra la Chiesa e il mondo: c’è una separazione interiore, non alternativa sociale, che garantisce però al mondo l’ordine, la fecondità, con il paragone dell’anima in rapporto al corpo. Viene delineata così l’identità del cristiano, con la sua tipica tensione escatologica, verso il regno futuro: «Abitano una loro rispettiva patria, ma come stranieri; prendono parte a tutto gli obblighi come cittadini, ma tutto sopportano come forestieri».
«Ciò che l’anima è per il corpo, questo sono i cristiani per il mondo». Quindi i cristiani non sono chiamati a chiudersi al mondo, ma il loro spazio è tutto il mondo, accanto a tutti gli uomini, senza nessuna distinzione particolare dettata dall’essere cristiani. Sono la forza vitale del mondo. I cristiani sono chiamati ad “animare” la realtà terrena, e non a costruire una civiltà cristiana.
Gli interrogativi insoluti circa l’autore, il destinatario, il luogo, avvicinano indubbiamente la Lettera al libretto Didaché, con cui ne condivide anche il fatto di essere un “documento vivo”, cioè cresciuto un po’ alla volta. Anche l’impostazione del pensiero, che oscilla sia tra il carattere catechetico e quindi la Didaché ma anche quello apologetico, e quindi alle opere dei Padri Apologeti. I brani sono comunque di grande incisività, carichi di grande suggestività. Tutto ciò fa di questo manoscritto, un documento stimolante che nel suo universalismo continua ancora a parlare in maniera diretta all’uomo, in particolare all’uomo di oggi che si trova nelle stesse condizioni di Diogneto, e si domanda che cosa sia mai il Dio cristiano.

                                                                                                                                                         Emanuele Cheloni