Fa scandalo una maglietta indossata da Selena Ticchi, militante di Forza Nuova, con la scritta Auschwitzland. La diretta interessata si difende: “Si tratta di umorismo nero”, riferendosi a un tipo di comicità portata avanti negli ultimi anni dal web e dalla televisione. Ma che cos’è davvero il “black humor”?

Ricapitoliamo quanto è successo negli ultimi giorni: 28 Ottobre, a Pittsburgh, Pennsylvania, un folle di nome Robert Bowers imbocca armato in una sinagoga ebraica e apre il fuoco sui fedeli presenti per la celebrazione di Shabbat, crivellando a morte 11 civili; neanche 24 ore dopo, a Predappio, luogo che si presta a eventi di un certo tipo, in una commemorazione della Marcia su Roma Selene Ticchi, militante e attivista di Forza Nuova, sfoggia una croce celtica al collo e una maglietta con la scritta Auschwitzland, con una macabra allusione di cattivo gusto al celebre parco divertimenti a tema Disney. La foto della signora che mostra divertita la t-shirt fa il giro del web, circola urbi et orbi fino ad arrivare ai media stranieri, con un risultato poco edificante: ancora una volta, l’Italia viene etichettato come “paese nazifascista” in cui ancora la popolazione non ha ben compreso i danni che ha inflitto alla storia tale regime.

Capita la malaparata (e i problemi giudiziari che potrebbe riscontrare) l’attivista neo-fascista (usare mezzi termini e sinonimucci come “ultranazionalista” o “di estrema destra” sarebbe ridicolo) si difende affermando: “Si tratta di umorismo nero” e continua “Vedo sempre in giro foto del Duce a testa in giù, questa maglietta è la stessa cosa”. Ma la questione riapre un dibattito che si apre e chiude sempre di fronte a queste occasioni: che cos’è lo humor nero?

Per farla breve, senza dilungarci in excursus degni di una puntata di SuperQuark, è quel genere di satira che ironizza temi che di solito sono vissuti come tabù, quel genere di argomenti a cui abitualmente ci avviciniamo con dovuta cautela e con solenne rispetto. Rientrano in questi argomenti la morte, lo stupro, malattie mortali (cancro o AIDS) o permanenti (quali l’autismo, la sindrome di Down e i vari handicap psicomotori), gli omicidi e tutte quelle cose di cui quando ne parliamo teniamo la testa bassa e la voce fioca.

Volete una definizione di black humor più esaustiva? Beccatevi questa citazione:            
“Lo humor nero è come il cibo: non tutti possono permetterselo.”

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Un ottimo esempio di black humor.

 

Da quando esiste il black humor? Più o meno dallo stesso giorno in cui l’uomo ha cominciato a parlare. Non mi credete? Prendete in mano “Le Rane” di Aristofane: in una scena della commedia il dio Dioniso ha bisogno di scendere nell’Ade, e per farlo chiede al fratellastro Eracle qual è la via più facile per raggiungere l’Oltretomba. In tutta risposta, l’equivalente greco dell’eroe Ercole risponde: “Una è quella della corda e dello sgabello, se t’impicchi.” Insomma, una battuta molto spigliata e indiscreta sul suicidio, a conti fatti! Ma la storia della letteratura è piena di battute umoristiche grottesche, da Mark Twain a Voltaire, fino ad arrivare al nostrano e contemporaneo Luigi Pirandello. Tuttavia, con l’allargarsi della mentalità e lo sfaldarsi di tanti preconcetti mentali, ma soprattutto grazie al prolificare dei mass media, di Youtube e dei meme sui social, il black humor è diventato (non per tutti, bisogna dire) un tipo di satira socialmente accettato e non più visto come una malsana comicità immorale. All’estero, due capisaldi del black humor sono Louis Ck, Jim Jefferies e Ricky Gervais, stand-up comedians i cui show sono all’insegna di gag sul sesso, razzismo, pedofilia e chi più ne ha più ne metta. In Italia, forse proprio perché la mentalità tende ad ancorarsi a preconcetti perbenistici e moralistici duri a morire, l’umorismo nero fa fatica a prendere piede, e ad oggi il numero dei comici da citare come rappresentanti di questo tipo di comicità si può contare sulla punta delle dita.

Ma perché scherzare sulla morte, sulle malattie, sull’invalidità e sulle disgrazie del mondo? Non è da carogne fare ironia su questi argomenti? Non è scorretto?    
Risposta: no, se lo si fa bene. Il black humor infatti viene sempre contestualizzato e adattato a singoli casi d’attualità, e può essere utile per riflettere adeguatamente, e anche a sensibilizzare sull’argomento, se vogliamo. Serve a spogliare la società da quel velo di Maya che nasconde la nostra ipocrisia, serve a farci trovare il coraggio di ridere e sorridere anche in quei contesti in cui il perbenismo sociale vorrebbe che tenessimo il broncio appeso. Serve a esorcizzare le paure che mostriamo di fronte ai mali del mondo e di una società malata che ci schiaccia sotto il suo peso e ci divora. Meglio scherzare che compatire, insomma. E poco importa se a causare l’ilarità siano quegli argomenti che di solito tendiamo ad evitare o di cui parliamo sottovoce: anzi, il fatto che questi argomenti siano un tabù deve diventare il motivo per ridere sempre più forte. In questo modo, il black humor diventa un mezzo di sfogo: se un tema delicato viene ridicolizzato e appiattito, il suo potere e influsso diminuisce. È una satira a tutto tondo, che non risparmia niente e nessuno, ma pone sul patibolo tutto ciò che normalmente ci crea imbarazzo e sofferenza. Il prezzo da pagare è accettare la satira e lo scherzo: a chi tocca non s’ingrugna, come si dice a Roma. Non importano il tuo peso, la tua razza, la tua condizione sociale o i tuoi handicap: tutto può essere black humor. O meglio, tutto ciò su cui di norma non vorremmo fare umorismo, diventa black humor. Si tratta di una satira libera e democratica, che di certo non sconfigge i problemi dell’umanità, ma almeno prova a vederli secondo un’ottica più leggera, attraverso la chiave di lettura di quel che sarcasmo che si nutre di iperboli e volute esagerazioni.

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Ma allora, tornando alla signora di Predappio, non è black humor anche il suo? Dopo tutto, la sua maglietta sbeffeggia l’Olocausto, e lo stesso web pullula di immagini, meme e vignette che ironizzano su Hitler, le camere a gas e lo sterminio degli ebrei. Perché per lei il discorso dovrebbe essere diverso? Selene Ticchi ha indossato quella maglietta dopo neanche un giorno dallo sterminio della sinagoga di Pittsburgh. L’ha indossata impunemente, sghignazzandoci sopra ed etichettando il gesto come una bravata di natura goliardica. E l’ha fatto durante un evento di natura politica (organizzato per giunta da un partito neofascista) che celebrava uno degli eventi salienti del fascismo, lo stesso regime che, in barba a ogni principio etico umano, non si è fatto scrupoli a firmare le leggi razziali e a mandare lì, ad “Auschwitzland”, migliaia e migliaia (e ancora migliaia) di ebrei, colpevoli solo di essere nati ebrei. Dov’è la natura umoristica in tutto ciò?

Facciamo un opportuno esempio: immaginate di essere tra amici, magari in un ristorante, in una di quelle serate in cui le ore volano tra risate, vino e leggerezza. Capita spesso che arrivi il momento in cui ci si racconta qualche barzelletta o ci si scambi qualche battuta. E, non facciamo i santarellini, quante volte capita che si arrivino a dire battutine sconce o immorali secondo il senso comune? Immaginiamo una barzelletta del tipo:      
Un nero cammina con un coccodrillo al guinzaglio. Un tizio esclama: “Ma che bella scimmia che hai!” E il nero: “Ma non è una scimmia!”. “Zitto tu, non parlavo con te!”.

Oppure basta un meme del genere…

Se avete riso, questo non fa di voi delle persone orribili, non vi preoccupate. Quello che cerco di dirvi è che, anche se vi è piaciuta questa battuta, sono abbastanza sicuro (confido nell’intelligenza di chi mi legge!) che la prossima volta che vedrete una persona di colore, non penserete a lui come un primate, perché siete in grado di scindere l’umorismo dal pensiero razionale. Quando Ricky Gervais, diversi anni fa, fece uno spettacolo di beneficenza per i giovani malati di tumore, il tema dello show non era “mettiamo il cancro alla berlina”, ma l’invito al ridere, al dissacrare, al non prendere nulla troppo sul serio e al trovare il coraggio di affrontare le intemperie della vita con il sorriso tra le labbra, proprio come fece a suo tempo lui stesso, quando assieme al fratello Bob trovò la consolazione nel potere salvifico della risata quando morì la loro madre.

Ma se la signora Ticchi, donna dalle idee politiche poco rispettose, indossa una certa maglietta che ironizza sulla Shoah in un contesto che è quello di una manifestazione che esalta la Marcia su Roma, e soprattutto poche ore dopo che uno squilibrato ha ucciso degli ebrei, quello non è umorismo nero, è esaltazione, condivisione di quanto è avvenuto e recondito desiderio che si verifichi di nuovo.

Concludo dedicando alla diretta interessata un messaggio dal tono “internettiano”:       
 Umorismo nero: lo stai facendo male.

                                                                                                                                                  Michele Porcaro