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C’era una volta il libero Stato di Hong Kong

La Cina ha represso con durezza le proteste dei manifestanti: un'altra vittoria per il regime di Xi Jinping che non ammette voci di dissenso

Mentre torna l’incubo del lockdown, ad Hong Kong lo spazio per la dissidenza e per le proteste contro le interferenze del governo cinese sull’amministrazione locale sembra essere ridotto al minimo.

L’ultimo atto di repressione dei manifestanti, in ordine cronologico, è stato l’arresto, il 6 gennaio scorso, di 53 attivisti da parte delle forze dell’ordine in base alla nuova legge sulla sicurezza nazionale del territorio. Si tratta della più grande operazione di polizia contro il fronte anticinese di Hong Kong. Gli arrestati sono stati accusati di aver “organizzato e partecipato” alla sovversione dei poteri dello Stato, in base all’articolo 22 della legge sulla sicurezza nazionale.

Nei giorni scorsi, invece, migliaia di residenti di Hong Kong sono stati messi in lockdown per 48 ore per contenere alcuni nuovi focolai di coronavirus. Da novembre, infatti, la città è stata investita da una nuova ondata di Covid-19 e negli ultimi due mesi i casi registrati sono stati oltre 4.300, quasi il 40% del totale. Quasi la metà dei contagi dell’ultima settimana si sono registrati nel distretto di You Tsim Mong, un quartiere popolare abitato da numerose minoranze etniche.

LE PROTESTE DI HONG KONG

Le proteste di Hong Kong sono iniziate il 15 marzo 2019 contro il disegno di legge sull’estradizione di latitanti verso paesi con cui Hong Kong non ha accordi di estradizione, come la Cina continentale e Taiwan. Le proteste sono nate per la paura che questa legislazione avrebbe violato la linea di demarcazione tra i sistemi legali e giuridici, noti come “un paese, due sistemi“, tra Hong Kong e la Cina continentale, sottoponendo i residenti di Hong Kong e tutti coloro che passavano per la città alla giurisdizione de facto dei tribunali controllati dal Partito Comunista Cinese. A partire dal mese di giugno, sono seguite molte manifestazioni a cui hanno preso parte centinaia di migliaia di persone.

La polizia è stata accusata dai manifestanti e da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani di brutalità e di violenze, tanto che la responsabilità per la brutalità poliziesca è diventata una delle richieste dei manifestanti nelle proteste successive.

Il 9 luglio, il capo esecutivo Carrie Lam ha dichiarato “morto” il disegno di legge sull’estradizione, definendo gli sforzi effettuati per far modificare la legge un “fallimento totale”. Lam non ha assicurato, tuttavia, che il disegno di legge sarebbe stato completamente ritirato o che qualsiasi altra richiesta dei manifestanti sarebbe stata presa in considerazione. Da luglio 2019 l’ondata di proteste è ripresa con forza e alcune manifestazioni si sono trasformate in scontri tra polizia, attivisti pro-governativi, pro-Pechino e residenti locali. 

Dopo l’assedio del Politecnico di Hong Kong, la vittoria schiacciante dei partiti pro-democrazia alle elezioni del Consiglio distrettuale di novembre 2019 e la pandemia di Covid-19 all’inizio del 2020 hanno portato un po’ di tregua alla città. La tensione è aumentata di nuovo a maggio 2020, dopo la decisione di Pechino di promulgare una legge sulla “sicurezza nazionale” per Hong Kong, entrata in vigore il 30 giugno 2020. Questo è stato visto da molti come una minaccia alle libertà politiche fondamentali e alle libertà civili sancite dalla Legge fondamentale di Hong Kong (“Il giorno della morte della città” lo ha definito  Claudia Mo, ex giornalista e parlamentare democratica) e ha spinto la comunità internazionale a denunciare l’interferenza della Cina negli affari interni di Hong Kong.

LA MANO DURA DELLA CINA

Il governo cinese centrale ha indicato le proteste come la “peggiore crisi di Hong Kong” dopo il passaggio di sovranità del 1997 dall’Impero britannico. Fino ad oggi gli scontri e le proteste hanno provocato due morti, diversi suicidi e oltre 10mila arresti da parte della polizia.

Un anno e mezzo dopo l’inizio delle proteste che hanno trasformato Hong Kong in un campo di battaglia quotidiana tra giovani mascherati e polizia, i cori per la libertà e le richieste di suffragio universale non risuonano più per le strade della città: con la nuova legge sulla sicurezza nazionale basta una parola fuori posto per essere accusati di sedizione.

«Hong Kong è cambiata in modo sostanziale, i giorni in cui era un’oasi di libertà di parola e di espressione sono passati – ha affermato Antony Dapiran, avvocato e autore di vari libri sulle proteste, fra cui l’ultimo, City on Fire – ma questo non vuol dire che sia diventata solo un’altra città cinese. Per fortuna conserva ancora libertà di educazione, di culto, libertà di stampa e di connessione ad Internet: tutti diritti che nella Cina continentale non esistono». La domanda è: fino a quando? Pechino ha già parlato di necessità di portare “patriottismo” nelle scuole e nei tribunali e ha dalla sua parte il capo esecutivo Carrie Lam.

Intanto nel Consiglio legislativo, il Parlamento dell’ex colonia britannica, l’opposizione è stata cancellata. Dopo la squalifica di tre deputati democratici da parte del governo, tutti i loro compagni di schieramento sono stati costretti a dimettersi, lasciando campo libero alle sole forze filocinesi. La Cina di Xi Jinping e il suo Partito possono dire, senza ombra di dubbio, di aver vinto. Hong Kong non è più l’eccezione democratica e liberista della Cina comunista.

Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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