L’attualità letta con gli occhi della storia. I protagonisti delle cronache dei nostri giorni rivisti al passato, mentre i personaggi dell’antichità vivono nella società di oggi. Politici e situazioni che si ripetono con i loro “corsi e ricorsi”

 

Roma- Nello scenario politico attuale continuano ad emergere sempre di più personaggi del calibro di  Donald Trump o Matteo Salvini, la cui propaganda politica fa leva su un sentimento di puro nazionalismo e su un forte senso d’identità. Il neopresidente americano ha infatti proposto più volte l’ampliamento del muro che divide il confine statunitense da quello messicano, mentre sono ben noti a tutti i provvedimenti che il leader della Lega ha intenzione di attuare contro profughi e immigrati. Secondo questa visione conservatrice e nazionalista della politica, la difesa dei valori e dei confini nazionali deve essere la priorità di ogni cittadino. Ma questo fenomeno, nonostante trovi  la sua massima diffusione negli ultimi decenni, non manca di precedenti storici. Facciamo un salto indietro nel tempo, di circa 2200 anni: siamo nel II secolo a.C. circa. Roma, dopo aver conquistato i due terzi della penisola italiana, si inserisce sempre di più nel sistema politico e commerciale del Mediterraneo d’epoca ellenistica. La città latina, infatti, intrattiene rapporti diplomatici e commerciali con la Grecia, con l’Egitto, con Cartagine, con Pergamo e con l’Asia Minore. Tuttavia, a volte, Roma entra in guerra con molte di queste civiltà. Nel giro di un secolo la Repubblica Romana conquista numerosi territori, cominciando a gettare le basi di quello che gli storici definiranno “Imperialismo romano”. Ma avviene un cambiamento all’interno dei costumi della città: i patrizi romani cominciano ad essere sempre più attratti dalle tradizioni orientali, in particolar modo dalle usanze greche. Cominciano a costruire case sempre più sfarzose e lussuose, all’interno delle quali collocano statue e suppellettili di ogni tipo. Le loro mogli cominciano a indossare abiti sontuosi e gioielli preziosi. I nobili romani cominciano a mandare i loro figli a studiare in Grecia, e nella città di Roma vengono introdotti i Baccanali, delle feste propiziatorie che prevedono orge e grandi bevute. Non tutti i Romani accolgono a braccia aperte l’ingresso dei costumi greci all’interno delle mura capitoline. L’opposizione a questo fenomeno è rappresentata da Marco Porcio Catone, noto a tutti per la sua carica di Censore. Il politico romano vede infatti nella ritualità greca un pericolo per la città: quest’esaltazione del gusto barocco, dello sfarzo e del lusso si contrappone al “Mos Maiorum”, il costume patrio della città di Roma che prevedeva invece la sobrietà e l’austerità. Il timore di Catone è che i romani non diano più la giusta importanza al costume degli antenati, rigoroso, severo, poco propenso al lusso, all’agiatezza della vita che educava i giovani alla forza fisica e morale. Bisogna aspirare, secondo Catone, ai valori dell’obbedienza, della moralità, del senso del dovere che dovevano formare un cittadino poco propenso alle arti e quindi alla cultura greca, che Catone riteneva potesse corrompere i giovani. L’ellenismo era dunque una minaccia da estirpare, un anatema da scacciare.    

     
Con forza e veemenza il Censore si oppone a questa corrente, che definisce “inutile lussuria”: propone il mantenimento della Lex Oppia, una legge, varata durante le invasioni annibaliche, che vietava l’uso di gioielli troppo sfarzosi da parte delle donne; vieta la diffusione dei riti bacchici a Roma, e scaccia in malo modo un gruppo di filosofi greci, venuti in visita nell’Urbe. Ma Catone non odiava la Grecia: lui stesso conosceva il greco, aveva studiato la retorica e la grammatica, aveva letto i poemi di Omero e più volte aveva visitato la città di Atene, per cui provava un profondo rispetto e una sincera stima. Quello che il Censore non poteva tollerare era l’idea che il costume greco (e quindi barbaro, straniero) “contaminasse” quello romano: secondo la sua concezione, vietare le nuove mode e le nuove correnti ellenistiche significava proteggere Roma. Difendere la città dall’imbarbarimento dei costumi voleva dire rivendicare lo spirito nazionale romano, che non doveva essere interpolato da nessuna manomissione e da nessuna influenza esterna. Tutto ciò che veniva fuori dalle mura della città era un qualcosa da guardare e da contemplare con il dovuto rispetto, ma che non doveva essere affatto inserito nel sistema di valori che contraddistingueva il cittadino romano. Il destino volle che le polemiche di Catone caddero nel vuoto e la nobiltà romana fu maggiormente influenzata dalla politica culturale e mecenate del Circolo degli Scipioni, che al contrario del Censore, promuoveva la divulgazione dell’Ellenismo all’interno di Roma. Col senno di poi, possiamo dire che la consapevolezza dei Romani di essere gli eredi culturali e spirituali della civiltà greca fece poi la fortuna di quel sistema che si sviluppò fino ad evolversi nella conformazione dell’Impero.

E’ sicuramente opportuno tracciare le dovute differenze tra la figura di Catone e quelle di Trump e Salvini: il nazionalismo romano che rivendicava il Censore era di tipo culturale, mentre la politica identitaria promossa dai due politici odierni coinvolge la sfera amministrativa e governativa. Ma il pensiero del politico e autore romano suggeriva l’autarchia come principio a cui aspirare e, come è noto, l’autarchia non è solo uno dei programmi della politica economica trumpiana e leghista, ma è stata, a suo tempo, una delle principali direttive imposte dai totalitarismi del Novecento.     

Eppure è fin troppo facile delineare le somiglianze e i parallelismi tra queste due visioni politiche, nonostante la distanza storica di più di 2000 anni che li separa. Ma la storia, purtroppo o per fortuna, ci ricorda che spesso cambiano i giocatori, ma il gioco rimane sempre lo stesso.     

 

Michele Porcaro