Storie dal Mondo

Caso Khashoggi e il software spia

“Spyware di aziende come Hacking Team possono essere usati e abusati perché la regolamentazione dell’industria dello spyware è carente. Manca una supervisione della sorveglianza governativa in tutto il mondo”, precisa Marczak. E aggiunge: “Sarebbe bello se i governi ricevessero l’incarico di prendere in considerazione i diritti umani prima di autorizzare l’esportazione di questi spyware”.

È il 2 ottobre  il giornalista Jamal Khashoggi sparisce, una delle voci mediatiche più autorevoli e critiche verso la monarchia saudita. Viene ripreso per l’ultima volta da una videocamera di sicurezza mentre entra nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia. Manca ancora un cadavere e non sembrano esserci più dubbi che sia stato omicidio.

Le autorità turche hanno fatto sapere che sono state trovate tracce di sangue all’interno del consolato. Ora stanno analizzando diverse borse, forse usate per trasportare parti del corpo del giornalista. L’Arabia Saudita ha cambiato versione più volte, parlando anche di “isteria mediatica” ma  in molti a puntano il dito su Mohammed bin Salman: principe ereditario saudita.

La vicenda ha fatto emergere  il pericolo di esprimere opinioni critiche nei confronti dei governi autoritari.

Suo malgrado, la società milanese ha fatto parlare di sé nel 2015. L’8 luglio di quell’anno WikiLeaks ha pubblicato oltre un milione di email che hanno evidenziato il ruolo controverso nella sorveglianza globale di The Hacking Team. Alcuni scambi di email all’interno dell’azienda riguardavano pure gli articoli su di loro pubblicati da Wired“Fear this man”, temete quest’uomo. Così si intitola la lunga inchiesta pubblicata su Foreign Policy dedicata al fondatore di The Hacking Team, David Vincenzetti. Anche il sottotitolo rende l’idea: “Per le spie David Vincenzetti è un venditore. Per i tiranni è un salvatore. Come il magnate italiano ha costruito un impero dell’hackeraggio”. Il quadro che ne esce è tanto affascinante quanto inquietante. Una multinazionale che sviluppa software avanzatissimi per lo spionaggio, in grado di aggirare le più sofisticate barriere. Tor compreso. Ma che si fa ben pochi scrupoli a lavorare con governi autoritari.

“Finora Hacking Team è stata da noi considerata un nemico di internet”, spiega a Wired Elodie Vialle, membro di Reporters without borders (Rsf), organizzazione non governativa che si occupa di libertà di stampa. Per l’ong The Hacking Team ha creato malware che sono stati usati dai governi per rubare le password di diversi giornalisti.

Non è l’unica a pensarla così. Bill Marczak, Senior research fellow del Citizen Lab, laboratorio interdisciplinare dell’Università di Toronto, racconta a Wired di rapporti a dir poco stretti con l’Arabia Saudita. “Sappiamo che il 20% di Hacking Team è stato acquisito nel 2016 da una società legata a un investitore saudita”. Ma non è tutto. “Nel leak del 2015, abbiamo visto che c’erano tre clienti sauditi: il Ministero della difesa, la General Intelligence Presidency (Gip) e il Mabahith (la polizia segreta saudita). Abbiamo visto che quest’ultimo nel 2014 ha preso di mira alcune persone utilizzando una falsa app di Qatif News. Forse progettata per fare appello ai manifestanti sciiti nella regione di Qatif”. Questo cliente avrebbe preso di mira le attiviste di #Women2Drive, il movimento per la libertà di guida delle donne in Arabia Saudita.

Non è chiaro se i sauditi abbiano utilizzato spyware di The Hacking Team per monitorare Jamal Khashoggi. Marczak ci fa comunque notare che l’azienda di sicurezza informatica Eset ha indagato sulla società milaneseproprio quest’anno, rilevando uno sviluppo di spyware molto sofisticati.

 

Maria Perillo

Maria Perillo è nata a Napoli il 07.12.1983. Graduato dell’Esercito Italiano, blogger, scrittrice e Life Coach. Appassionata di tecniche della comunicazione, attualmente studia presso una scuola di leadership e tecniche di comunicazione

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