Lavorano a ritmi massacranti, sotto il sole e a quaranta gradi di temperatura. Vivono all’interno di tendopoli o ammassati in ghetti fatiscenti. Senza regole e senza leggi. Soggetti al potere assoluto dei caporali. Sono le vittime del caporalato: il sistema di reclutamento agricolo legato a organizzazioni mafiose.
Sono italiani e migranti, un esercito di braccia anonime di 430 mila persone, tutti soggetti alle stesse regole dello sfruttamento: nessun contratto, un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno (inferiore del 50 per cento rispetto a quelli ufficiali) e tantissimo lavoro a cottimo.
Un sistema che alimenta due business: le agromafie e il mercato della manodopera, che insieme muovono un’economia illegale e sommersa con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.
Sono questi i dati forniti dal terzo rapporto “Agromafie e caporalato” realizzato dall’osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai Cgil, che ricostruisce un quadro approfondito sulla condizione di braccianti e raccoglitori, delle diverse forme di illegalità e infiltrazione mafiosa nell’intera filiera.
Abbiamo ascoltato la voce di uno dei lavoratori, Yvan Sagnet, leader del primo sciopero dei braccianti stranieri contro i caporali e gli imprenditori agricoli nelle campagne di Nardò (Puglia) nell’agosto del 2011.

Caporalato il racconto di Yvan Sagnet

Yvan arriva in Italia nel 2007 con un permesso di soggiorno per studio. Si iscrive all’università di Torino perché vuole diventare ingegnere. Ma i soldi della borsa di studio non bastano. Alcuni amici gli dicono che al Sud si può lavorare per la raccolta del pomodoro. Così si trasferisce nelle campagne salentine, a Nardò.
Qui scopre le condizioni di schiavitù a cui i proprietari terrieri sottopongono i lavoratori.

“C’erano delle tende e centinaia e centinaia di lavoratori che venivano da tutte le parti dell’Africa vivevano in condizioni disumane che nemmeno nella mia terra si erano mai viste. C’erano solo 5 bagni per circa ottocento persone.
Poi quando è iniziata l’attività lavorativa si è presentato un signore che tutti chiamavano ‘il caporale’.
Eravamo costretti a pagare al caporale una tassa di trasporto di 5 euro perché era vietato raggiungere il posto di lavoro usando un mezzo proprio. Poi ci costringevano a pagare un panino 3.50 e l’acqua 1.50, quindi ogni giorno spendevamo circa 10 euro. La paga era a cottimo, dipendeva da quanti contenitori di pomodori riuscivamo a riempire, mediamente dai 4 ai 5 cassoni. Per ogni cassa la paga era di 3.50. In una giornata di lavoro da circa quindici ore ti potevi anche ritrovare con una paga da meno di 20 euro.
Inoltre venivano ritirati i permessi di soggiorno agli immigrati che li possedevano per reclutare altri lavoratori. Spesso i documenti ritirati sparivano e automaticamente l’immigrato che ne era il proprietario diventava clandestino. In tal modo si trovava completamente alla mercé del caporale”.

Capolarato: il sistema di reclutamento legato alla mafia che coinvolge italiani e migranti e alimenta un’economia illegale con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.

Capolarato: il sistema di reclutamento legato alla mafia che coinvolge italiani e migranti e alimenta un’economia illegale con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.

Yvan resta scioccato dall’illegalità e lo sfruttamento su cui si regge l’intero sistema produttivo.

“La politica contribuisce a mantenere il sistema del caporalato. È l’economia a guidare la politica. Le grosse imprese speculano sulla manodopera e sono queste stesse imprese a finanziare la politica. Per arrivare al potere, i referenti politici hanno bisogno dell’appoggio di grossi imprenditori che, in cambio di voti, esigono che il sistema di sfruttamento venga mantenuto. Il caporalato è un sistema che lucra sulle disgrazie delle persone. Anche lo Stato ha interesse a conservare questo stato di cose, perché le aziende pagano le tasse, contribuendo a finanziare le casse statali. Il ricatto delle imprese agricole vale quindi anche contro lo Stato stesso. È un sistema di complicità”. 

Dopo cinque giorni d’inferno, Yvan decide di ribellarsi.

“Ho provato a smuovere le coscienze dei miei compagni, facendo capire loro che i padroni stavano intaccando la cosa più cara che abbiamo, la dignità. Ed è così che è iniziata la lotta. Quando abbiamo deciso di bloccare la produzione, per la prima volta si sono presentati i proprietari terrieri per supplicarci di tornare a raccogliere i pomodori. Ma oramai avevamo capito di avere in nostro potere uno strumento importante, lo sciopero. Rifiutandoci di lavorare, causavamo una perdita economica al padrone. Il proprietario terriero, infatti, prende in anticipo gli accordi per la vendita dei prodotti; se non rispetta tali accordi, manda in crisi l’intero sistema. Attraverso la strategia di lotta abbiamo capito che potevamo mettere in difficoltà il sistema capitalistico del profitto.
Finché la protesta viene fatta solo verbalmente, non cambia nulla; bisogna affiancare alla denuncia mediatica uno strumento materiale, pratico. Ed è così che abbiamo vinto. Le imprese si sono ritrovate in difficoltà e ci hanno concesso una serie di diritti che fino a quel momento ci avevano negato e da lì è partita una reazione a catena. Abbiamo fatto nomi e cognomi degli sfruttatori e per la prima volta la magistratura ha avviato un’inchiesta che ha portato all’arresto di 16 persone appartenenti a un’organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. È stata la prima grande conquista, eravamo riusciti a convincere una parte della politica e a cambiare la cultura dell’impunità.
Finalmente il mondo prendeva coscienza di una realtà vergognosa sulla quale per troppo tempo troppe persone e istituzioni avevano preferito girare la testa dall’altra parte. Il capolarato è un fenomeno antico, le sue origini risalgono alla fine dell’800, ma è solo con la globalizzazione che è diventato il prototipo del modello neoliberista imposto a livello globale.  Non è altro che una forma estrema di sfruttamento del lavoro dell’essere umano che si manifesta in forme diverse a livello globale. I bambini africani di tre anni che spaccano pietre per 14 ore al giorno e per un salario di 1 dollaro, i piccoli rifugiati siriani costretti a lavorare in fabbriche di jeans in Turchia per le multinazionali del tessile, le centinaia di migliaia di giovani donne e uomini costretti a cucire vestiti per le griffe occidentali in fabbriche fatiscenti in Bangladesh sono solo alcuni dei più rivoltanti esempi della cinica applicazione della logica del profitto da parte delle grandi corporation finanziarie mondiali, per le quali il lavoro è solo un costo da comprimere il più possibile nella logica della produttività estrema e la totemica difesa dell’interesse alla massimizzazione dei loro profitti. Alcuni datori di lavoro, dopo le prime concessioni iniziali, hanno ripristinato lo stato di sfruttamento e questo ha sconfortato i lavoratori, che durante la stagione successiva hanno trovato condizioni precedenti allo sciopero. Alcuni braccianti hanno addirittura perso il lavoro per aver partecipato alla rivolta e mi hanno accusato. Ho sofferto per essere diventato il bersaglio di una lotta che ho portato avanti per il bene della comunità. Avrei potuto arrendermi, ma non l’ho fatto. Sono riuscito a trovare la forza e la determinazione per andare avanti. Ed è così che è iniziata la sfida. Mi sono reso conto che un sistema così strutturale non si poteva abbattere in pochi mesi. Far riconoscere in tutta Italia i diritti ottenuti a Nardò era una battaglia da portare avanti nel tempo che richiedeva parecchie energie. Così ho deciso di entrare nel sindacato Flai-Cgil per tutelare i lavoratori e migliorare le loro condizioni di vita”.

Capolarato: il sistema di reclutamento legato alla mafia che coinvolge italiani e migranti e alimenta un’economia illegale con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.

Capolarato: il sistema di reclutamento legato alla mafia che coinvolge italiani e migranti e alimenta un’economia illegale con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.

E finalmente la grande soddisfazione è arrivata: il 29 ottobre 2016 la Camera dei Deputati ha emanato la legge per il contrasto del caporalato (Legge 29 ottobre 2016, n. 199)”.
La norma mira a garantire una maggior efficacia all’azione di contrasto del caporalato, introducendo significative modifiche al quadro normativo penale e prevedendo specifiche misure di supporto dei lavoratori stagionali in agricoltura. Prevede che d’ora in poi saranno sanzionabili, anche con la confisca dei beni, non solo gli intermediari illegali ma anche i datori di lavoro consapevoli dell’origine dello sfruttamento. Ci sarà anche un aiuto concreto alle vittime del caporalato, con l’estensione delle provvidenze del fondo anti-tratta.
Tra le novità della normativa, c’è anche il potenziamento della Rete del Lavoro Agricolo di Qualità come strumento di controllo e prevenzione del lavoro nero in agricoltura.

Ma l’obiettivo di Yvan è l’abbattimento del sistema strutturale che regge l’economia italiana. La semplice repressione non cambia il sistema. L’unica strategia efficace consiste nel mettere in crisi il sistema impresa, un sistema piramidale, a catena, dove all’apice si trovano le multinazionali, ovvero la grande distribuzione. È qui che bisogna colpire.

 

“La grande distribuzione impone i prezzi ai piccoli e medi produttori locali che, per sopravvivere sul mercato, sono costretti a piegarsi alle logiche delle multinazionali, assumendo manodopera in nero per mantenere margini di competitività esigui in un mercato globale dai costi crescenti e dai ricavi sempre più bassi.
Per opporsi a questo sistema, bisogna sviluppare una coscienza e una cultura collettive che favoriscano il consumo critico. L’unica arma per vincere la grande distribuzione è la creazione di un mercato alternativo. Da qui nasce il progetto NoCap”.

Capolarato: il sistema di reclutamento legato alla mafia che coinvolge italiani e migranti e alimenta un’economia illegale con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.

Capolarato: il sistema di reclutamento legato alla mafia che coinvolge italiani e migranti e alimenta un’economia illegale con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.

Il progetto NoCap

NoCap promuove una nuova idea di economia basata sulle risorse naturali e umane del territorio, eliminando le cause strutturali di ogni sfruttamento dell’essere umano sul piano lavorativo e su quello esistenziale.

“Il capitalismo ha vinto grazie a una rivoluzione culturale ed economica e per combatterlo bisogna fare lo stesso: costruire supermercati che vendono solo i prodotti dei contadini che non si piegano al caporalato. Bisogna mettere insieme coltivatori, consumatori e distributori affinché i prodotti della legalità siano a portata di tutti. L’agricoltura italiana rappresenta il modello opposto a quello della globalizzazione del mercato e sopravviverà solo se riuscirà a mantenersi fedele ai suoi principi: produrre e vendere realizzando grandi profitti grazie alla qualità delle sue eccellenze agroalimentari, tutelando il territorio, rispettando i diritti dei lavoratori e favorendo la tracciabilità del prodotto sia nella filiera corta (comunemente indicata con la formula semplificatrice del Km zero) come avviene già su piccola scala con il commercio equosolidale Gas (Gruppi di acquisti solidali), Gap (Gruppi di acquisti popolari), Gal, ecc…, che in una filiera più lunga per il prodotto trasformato. Noi vogliamo garantire la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione, alla commercializzazione per certificare che ogni impresa che porta prodotti sul mercato rispetti non soltanto i principi del biologico, ma anche quelli della sostenibilità ambientale e quelli etici e di rispetto dei diritti delle persone e del lavoro. Denunciare un sistema non è sufficiente, bisogna proporre, costruire e lavorare per creare una società migliore”.