Sempre più persone “mollano tutto” per rifarsi una vita lontano dallo stress delle gradi città. A contatto con la natura. Dimostrando che si può vivere una vita semplice e senza comodità. Per la Giornata della Terra, siamo andati a Calcata per capire se una altro mondo è possibile.

Calcata è la formula grazie alla quale il mondo potrebbe andare bene. Se tutti vivessero come si vive qua, sviluppando un’economia sostenibile, le cose funzionerebbero molto meglio. A svelarmi questo elisir di felicità è Marina, una “persona normalissima” come si definisce lei stessa, che 41 anni fa ha comprato una casa a Calcata e ha aperto una bottega di oggetti artigianali. L’ha fatto, mi dice con un velato pizzico d’orgoglio, in un momento in cui questo incantato borgo medievale non era ancora sviluppato turisticamente. Quando la incontro, seduta su una piccola sedia di legno sommersa da tempere e pennelli, è completamente assorta in quei manufatti a cui dedica ormai tutto il suo tempo.

Contro il turismo di massa – La nostra breve chiacchierata, senza volerlo quindi, parte proprio da qui. Dall’importanza del turismo ecosostenibile, appunto. Lo stesso, che ancora secondo Marina dovrebbe cercare di sviluppare ciò che non è sviluppato, senza affollare posti che sono già conosciuti. Una sorta di manifesto contro il turismo di massa. Per deviare, inevitabilmente, su quello che i popoli indigeni dell’America Latina chiamano Pachamama. Concetto astratto ma non troppo, che si rifà alla madre terra fonte di sostentamento e oggetto di culto da venerare e preservare come il più prezioso dei tesori. 

Turisti per caso – Mentre parliamo, d’istinto distolgo lo sguardo da questa donna dai lunghi capelli bianchi che incorniciano un volto dal sorriso contagioso. Come a cercare una conferma che, però, non trovo. Un fiume di turisti, “armato” di Canon, scruta le piccole case e le stradine scoscese che si affacciano sulla rupe. Cercano di cogliere ogni più piccolo particolare. Inebriati da un aurea ascetica che avvolge tutto. Sono lontani, infatti, i tempi in cui Calcata era lì lì per scomparire per mano di un “bizzarro” decreto regio del 1908. Adesso, pero, è tornata a vivere grazie a persone come Marina.

Una spiritualità (s)coinvolgente – Comincia così questo viaggio mistico nella Valle del Treja. Un luogo “magico”, nel vero senso della parola come vedremo, incastonato nel alveo del fiume Tevere. Tra un passato fatto di povertà, un simbiotico rapporto con la natura e una coinvolgente spiritualità. Anzi, ad essere precisi, tutto era iniziato poco prima con un incontro fortuito. Uno di quelli che non hai programmato, ma che possono fare la tua fortuna. La mia, l’ha fatta Nausica. Una giovane musicista che, chitarra alla mano, si è impegnata a farmi da guida tra i mille misteri di questo minuscolo paese della provincia viterbese.

Per capire Calcata bisogna vederla, almenoPassarci qualche notte o magari fermarcisi a vivere secondo Pancio, cuoco di un piccolo ristorante che domina la vallata. Chi come Marco, laureato in lingua e cultura tibetana, l’ha fatto quando aveva vent’anni da qui non se n’è più andato. Un po’ per il suo fascino trascendentale che manda la gente fuori di testa, mi dice. Risultato di un’armonia perfetta tra la natura e un’architettura fatta di “vecchi” edifici. Un po’ perché Calcata è come un’utero, aggiunge. Si entra e si esce dalla stessa via. Tant’è, che una volta entrato ne esci profondamente cambiato. Anche i rapporti personali sono del tutto diversi rispetto ad altri paesi. La quasi totale assenza di parentele a un non so che ti tribale, quasi ancestrale, secondo lui.

Resistere per non sparire – Nel 1935, in virtù di un vecchio decreto regio, Calcata fu inserita nella lista dei borghi da sopprimere”. Era gli anni del Fascismo e l’Italia, per volontà del Duce, avrebbe dovuto smarcarsi dall’endemica arretratezza, lanciandosi verso la modernità. Sappiamo tutti come andò a finire. In quel vano slancio d’italico orgoglio, sorsero nuovi paesi e “littoriche città”. Calcata in un modo o nell’altro seppe resistere. Perse molti dei suoi abitanti “storici”, è vero, ma tra gli anni ’60 e ’70 ne giunsero di nuovi. A poco o nulla, infatti, servirono gli appelli all’imminenete pericolo di crolli. Perché questa, in fondo, è anche una storia di resistenza alle logiche del mercato che “violentano” la natura e deturpano i territori.

La città degli Hippie – Così, mentre c’era chi riutilizzava tegole e mattoni delle vecchie abitazione per farne delle nuove, come previsto dal decreto, molti decisero di riappropriarsi di queste antiche dimore. Furono per lo più artisti, scrittori e architetti in cerca d’ispirazione lontano dallo stress dei grandi e caotici centri urbani. La loro, però, fu soprattutto una sorta di disobbedienza civile contro chi volevo cancellare questo paradiso terrestre. In breve tempo, la voce si sparse e con essa accrebbe anche la fama “tantrica” di Calcata. A tal punto, da valerle l’onorificenza di “città degli Hippie”. Un titolo che non è mai piaciuto a chi, come Teresa, qui è nata e cresciuta. Costretta, come altri, ad abbandonare la sua casa.

A spasso nel tempo – L’aspetto per ore sotto il sole cocente di una arroventata giornata di aprile. Una coppia di argentini trasferitisi qui con un sogno nel cassetto, formare un coro ed insegnare il canto, allieta la mia attesa.  Teresa, a quanto mi dicono, è la massima esperta di Calcata. L’unica in grado di spiegarmi l’essenza di questo luogo a metà tra storia e misticismo. Il ricordo del padre che chiude la porta di casa deciso a non farvi più ritorno, la commuove ancora a distanza di anni.  Ricorda come se fosse ieri le umili condizioni di vita a cui erano costretti i contadini del posto. L’assenza di bagni e acqua corrente. Scopro con sorpresa, poi, che da queste parti il baratto è stato a lungo la forma più comune di commercio. Conferma che Calcata è luogo, speciale, sospeso in un tempo che fu.

La vita è scandita dai ritmi della natura – Le macchine, rumorose ed inquinanti, qui sono bandite. Così, come il business. L’unico rumore, che fa da sottofondo, è quello del fiume che attraversa sinuoso la vallata. Un fiume sacro, ovviamente. Circondato, non a caso, da templi e sepolcreti etruschi. Pace assoluta e tranquillità, secondo i suoi abitanti, fanno di Calcata un vero e proprio micro-mondo. Basterebbe solo questo a spiegare perché, negli anni, in molti hanno stabilito qui la propria casa. Aton, una stravagante signora di mezz’età, di ritorno dall’India fu una delle prima a comprare una delle case messe in vendita dai vecchi residenti. Poi, è arrivato Alex dalla Liguria e tutti gli altri.

Come a loro, anche a me sono bastate poche ore per realizzare che un altro mondo è possibile. Quei volti distesi e spensierati hanno finito per segnarmi profondamente. Mai avrei pensato che lontano dalla dai ritmi frenetici e spasmodici a cui ci siamo tutti abituati, potesse esistere un’”universo parallelodove uomini e natura convivono perfettamente. L’uno al servizio dell’altro. Un rapporto simbiotico, che riporta la mente indietro nel tempo e nello spazio. Durante il viaggio di ritorno, allora, mi risuonano nelle mente come un mantra le parole di Gabriella: se non hai bisogno dell’extra qui a Calcata puoi trovare la vera felicità.

Una felicità che molto spesso confondiamo, chiusi nei nostri uffici o dentro alle nostre auto perennemente in fila nel traffico. Mi viene da pensare, che abbiamo perso il senso profondo della vita. Dimenticato chi sa dove in una affannosa corsa al denaro e al successo, effimero. Cosa ancor più grave, nel far questo non ci affatto preoccupati dei danni ambientali che producevamo. Dovremmo rivedere i nostri valori. Riscoprire il bello delle cose semplici, il contatto con la natura come fu per i nostri avi. Tenendo bene a mente che questo è l’unico mondo di cui disponiamo e che per questo va rispettato e protetto. Per le generazioni future, ma soprattutto per la nostra felicità.

 

MATTIA BAGNATO