Dossier

Burqa e burkini tra diritti e doveri

Il costume da bagno per donne musulmane si sta rivelando un business e tutt’attorno quante contraddizioni

Roma – Una via di mezzo fra un burqa e un bikini. Anche nel nome, non ci piace. Non ci piace soprattutto la strumentalizzazione che si sta facendo su questa vicenda che riguarda, per definizione un costume da bagno musulmano.

Sa di business ed è diventato un vero e proprio caso internazionale a seguito del divieto imposto da alcuni sindaci della costa compresa tra Cannes e Nizza, di indossare il burkini per fare il bagno in mare. Tutto a seguito della strage della Promenade des Angles del 14 luglio scorso nella quale sono morte 84 persone.

Un costume che lascia scoperto soltanto il viso, anche se negli ultimi tempi sono nate alcune versioni “ridotte” che lasciano scoperte parti delle gambe. Un po’ burqa e un po’ bikini dunque.

Il burqa, in Afghanistan è l’abito che copre completamente il corpo della donna che può guardare soltanto attraverso una retina posta davanti agli occhi. E qui, la prima contraddizione perché il costume da bagno in oggetto il viso lo lascia completamente scoperto.

Il bikini o due pezzi beh, lo conosciamo tutti. Ufficialmente il primo dell’era moderna ad introdurlo nel 1946 fu il sarto francese Louis Rèard. Il nome ha un’origine nefasta in quanto si prese in prestito sì un favoloso atollo, quello di Bikini appunto, dove però gli Stati Uniti conducevano test nucleari.

Un costume quindi “esplosivo” in quanto lascia completamente scoperto il busto della donna, riducendo al minimo le parti coperte.

Era moderna si diceva, perché in realtà il bikini lo indossavano già le donne dell’antica Roma e ce ne sono testimonianze in numerose raffigurazioni e mosaici dell’epoca.

Storia a parte, l’affaire burkini si deve ad una stilista australiana di madre libanese, Aheda Zanetti. E non è certo di questi caldi giorni dell’estate 2016.

Praticamente nessuno o quasi vi ha fatto caso fino al momento del divieto rimbalzato sul web e sui media di tutto il mondo e, da quel momento, le aziende che lo producono hanno avuto una impennata nelle vendite dovuta anche al fatto che, in contemporanea, è iniziato un battage pubblicitario con tanto di modelle che indossano questo tipo di costume dai colori sgargianti.

Il perché ufficiale del divieto? “è un abbigliamento da spiaggia che manifesta ostinatamente la propria appartenenze religiosa”.

Per tutta risposta c’è chi ha postato sui social foto di suore italiane al mare con tanto di velo e gonna lunga.

Quanto possa essere coinvolgente la questione burkini lo dimostra anche il sit in di questi giorni a Londra dove, davanti all’ambasciata francese, decine di donne improvvisando una spiaggia, con tanto di sabbia, secchielli e palette, hanno manifestato contro il divieto francese.

Altrettanto “coinvolgente” la foto che ritrae una spiaggia di Nizza dove la polizia municipale impone ad una donna di togliere il burkini. E pensare che anni fa, gli agenti imponevano di coprirsi!

Fermo restando che gli agenti fanno il loro dovere… fermo restando che quella donna pur nella propria libertà, in qualche modo “sfidava” il divieto… fermo restando che i tempi che stiamo vivendo sono da terza guerra mondiale… ed ancora, fermo restando che i fotoreporter che hanno immortalato la scena sono stati redarguiti e diffidati così come tutti i media, dal diffondere immagini come quelle di Nizza… dov’è l’errore?

Emanuela Sirchia

Emanuela Sirchia

Nel 1983 si iscrive all'Università di giornalismo di Camerino. Nell'ottobre del 1988 approda al neo nato "Il Giornale di Ostia", dove rimarrà per 25 anni. Dal marzo 1991 è iscritta all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Già collaboratrice per Paese Sera, ha scritto per il giornale aziendale dell'Acea e per il settimanale Free Magazine. Dal 2008 al 2013, è nell'ufficio stampa e pubbliche relazioni del Municipio X e dal 2006 a tutt'oggi ricopre l’incarico di addetto stampa del teatro Nino Manfredi. Ha scritto di cronaca nera, bianca, sport, spettacolo, arte e cultura. Tra i personaggi da lei intervistati: Tito Stagno, l’uomo della luna, Giorgio Albertazzi, Franca Valeri, Paola Gassman, Valeria Valeri, Gianrico Tedeschi e vari campioni sportivi come Bruno Conti, Rudi Voeller e Beppe Giannini. Per la giudiziaria, ha seguito la vicenda dei fratellini Brigida, il caso Marta Russo e l’omicidio di via Poma. E’ stata inviata per il Giubileo del 2000 e dal 1994 è accreditata in Campidoglio. Dice di sé: “ogni volto, ogni storia, ogni mostra visitata, ha lasciato un segno indelebile, esperienze di vita che non hanno eguali”.

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