All’università Tor Vergata Piero Angela ha commentato la prima immagine di un buco nero: sapevamo già da un secolo quello che abbiamo visto tutti giovedì. Sul futuro: basta debito pubblico, l’Italia deve essere gestita come una famiglia.

 

Roma – Si è concluso venerdì 12 aprile, presso l’università Tor Vergata, il ciclo di lezioni “Prepararsi al futuro”, ideato da Piero Angela e intrapreso dall’ottobre scorso da 400 ragazzi e ragazze meritevoli, provenienti da diversi licei e università romane. Il più amato e popolare divulgatore culturale è quindi intervenuto nell’ultima delle 24 lezioni, organizzate in 12 giornate straordinarie, per un futuro fatto di sfide che possono essere superate solo se le nuove generazioni saranno preparate e consapevoli.
Parlando di scienza, ambiente, innovazione e impresa, sociologia, storia, politica, comunicazione ed economia, il ciclo di lezioni è riuscito a stimolare curiosità e confronti, nuove domande e riflessioni sulle direzioni che il nostro tempo e la nostra società stanno prendendo.
A margine dei suoi discorsi sui pericoli della pseudoscienza e il ruolo dell’informazione e del web, Piero Angela è stato intervistato in esclusiva per Kim Magazine.

L’intervista
Giunti al bilancio finale di questa iniziativa, se saremo pronti e preparati al futuro, che futuro ci attende, nonostante una politica che va in senso contrario?
La palla di vetro non ce l’ha nessuno, solo gli astrologi. I risultati si hanno quando le persone si impegnano, ma quando anche gli Stati si impegnano a ogni livello. Questo non lo vediamo purtroppo in Italia; qui siamo nel mondo universitario quindi i giovani, giovani brillanti, saranno loro a portarsi sulle spalle questo.
Credo che il fatto di cercare sempre l’eccellenza possa fare in modo che questo paese esprima il meglio di sé perché è pieno di gente in gamba, di persone intelligenti. Quello che manca, lo dico sempre, è un sistema di intelligenze, un’intelligenza di sistema, cioè la capacità di sfruttare, utilizzare tutte le risorse. Abbiamo degli attriti molto forti, non solo la burocrazia ma la difficoltà di fare le cose: non è possibile che per ogni cosa ci sia un processo per un ponte, una strada, un’azienda…invece di fare, non dico come i giapponesi in una settimana né come gli americani in un mese, ma in due tre mesi non in 5-6 anni.
Bisogna dare a chi imprende la possibilità di esprimersi al meglio, bisogna evitare di scaricare sul futuro il debito pubblico, delle inefficienze e delle comodità elettorali di oggi che si elargiscono. In sostanza, e questo devono impararlo anche i giovani, il paese va gestito come una famiglia, ad esempio riguardo i debiti: è importante farli ma quando sono debiti che renderanno. Questo accade ai genitori che fanno sacrifici per far studiare i figli perché pensano che poi la loro vita sarà migliore o quando si apre un negozio che ai primi tempi va in perdita ma sapendo che poi le cose andranno. Va bene fare i debiti ma non per cose che si sa che non rientreranno.
Questo concetto è un valore umano, di essere più seri. È di permettere a chi ha capacità di esprimere competenze, così come diceva il Rettore Novelli, ma queste poi non bastano perché bisogna che ci sia un sistema che consenta che le persone che sanno fare le cose siano utilizzate.
Io sono sempre un po’ ottimista, anche se le cose che si vedono porterebbero sul più che pessimista.
Nel futuro se qualcosa ci può salvare è la razionalità per prendere le decisioni giuste.
Giovedì c’è stata la prima storica immagine di un buco nero; che significato ha per la storia umana e per la scienza?
Niente di particolare, nel senso che si sapeva esistesse. Scherzi a parte, è molto importante, però i buchi neri erano già previsti nel 1915. Ma ti danno la dimensione umana: quando tanti anni fa stavo a Houston in diretta per l’Apollo 8, il primo a girare intorno alla Luna, si è vista per la prima volta la Terra dallo spazio, questo pallino in mezzo al cosmo. Il buco nero visto giovedì è grande più di 6,5 miliardi di masse solari, tutto questo ci dà le dimensioni della nostra esistenza. È stato importante più da un punto di vista filosofico, già sapevamo da un secolo quello che abbiamo visto tutti.

 

Emanuele Forlivesi