Dossier

BOMBE A GRAPPOLO

Più di un quarto di secolo di contese, guerriglie, rivendicazioni, e soprattutto vittime tra i civili. Ha radici profonde lo scontro che si è acuito, nuovamente, tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del territorio del Nagorno-Karabakh. Fino all’ultima denuncia di Amnesty International che il 28 ottobre scorso ha confermato l’uso di bombe a grappolo da parte dell’Armenia, nell’attacco sferrato alla città di Barda.

 

UNO SGUARDO AL RECENTE PASSATO

Il Nagorno-Karabakh, anche detto Artsakh, è una regione senza sbocco sul mare, nel Caucaso meridionale, all’interno della catena montuosa del Karabakh. Fa parte dell’Azerbaigian, ma la maggioranza etnica armena ha de facto proclamato la Repubblica indipendente del Nagorno-Karabakh già prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica del 1991. Era il giorno di Natale del ’91 quando si celebrava l’atto finale ed inevitabile: Mikhail Gorbachev – che l’anno prima era stato insignito ad Oslo del Premio Nobel per la pace – rassegnava le dimissioni da presidente dell’Urss e il Soviet supremo ne annunciava lo scioglimento. Scioglimento ufficiale che avveniva il primo gennaio del 1992, lo stesso anno in cui Bill Clinton vinceva le elezioni per la Casa Bianca e avviava la politica di sostegno economico al presidente della neonata Russia, Boris Eltsin.

 

CITTÀ FANTASMA

A luglio scorso, l’Azerbaigian ha scritto un doloroso nuovo capitolo di tensioni, a cui si sono aggiunte le manifestazioni di migliaia di persone che hanno invocato la guerra contro l’Armenia. La crisi umanitaria che ne è seguita è stata di enormi proporzioni: secondo gli ultimi dati forniti, il 14 ottobre, dal difensore civico delle autorità del Karabakh, 90 mila persone – su un totale di 140 mila – hanno già lasciato il territorio per dirigersi verso l’Armenia. Profughi invisibili che hanno scelto di abbandonare quella che oggi viene considerata una “città fantasma”, la capitale del Nagorno, Stepanakert, dove chi è rimasto vive nei rifugi antiaerei per scampare alle bombe. L’offensiva dell’Azerbaigian è scatenata dalla fermezza di voler recuperare all’ingiustizia subita quando è stata occupata dalle forze armene, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’espulsione di 600 mila persone di etnia azera.

LA DENUNCIA

In questo scenario, Barda, città dell’Azerbaigian, ha pagato un prezzo altissimo. Un quartiere residenziale, vicino ad un ospedale, è stato colpito da razzi Smerch e l’ufficio del Procuratore generale dell’Azerbaigian ha dichiarato che almeno 21 persone sono state uccise e 70 sono rimaste ferite. È la prima volta che vengono utilizzate le cosiddette bombe a grappolo in aree civili.

“Gli esperti di Crisis Response di Amnesty International – si legge nel rapporto della ONG per i diritti umani – hanno verificato le immagini, scattate dai giornalisti di Vice News, di frammenti di munizioni a grappolo 9N235 di razzi 9M55 Smerch di fabbricazione russa, che sembrano essere stati lanciati nella città dalle forze armene”.
«Il lancio di munizioni a grappolo nelle aree civili è crudele e sconsiderato e provoca morte, ferite e miseria indicibili – ha affermato Marie Struthers, direttore regionale di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale –. Mentre questo conflitto continua a intensificarsi, le forze in campo, armene e azere, sono state tutte colpevoli di usare armi vietate che hanno messo in pericolo la vita dei civili intrappolati nel mezzo. Le munizioni a grappolo sono armi intrinsecamente indiscriminate e il loro uso in qualsiasi circostanza è vietato dal diritto internazionale umanitario. Chiediamo nuovamente a entrambe le parti di smettere immediatamente di usare le munizioni a grappolo e di dare la priorità alla protezione dei civili».

Una verifica di Amnesty International ha anche identificato munizioni a grappolo M095 DPICM, sparate dalle forze azere nella città di Stepanakert, lo scorso 5 ottobre.
“Le munizioni a grappolo – si legge ancora nella denuncia della ONG – infliggono sofferenza alle popolazioni civili anni dopo il loro utilizzo. Sono bandite a livello internazionale da un trattato sostenuto da oltre 100 Stati e perciò chiediamo sia all’Armenia che all’Azerbaigian di diventare parti di questa Convenzione. Le munizioni a grappolo spargono centinaia di bombe, o sottomunizioni, su un’ampia area. Si stima che tra il 5 e il 20 per cento di queste bombe non esplodano subito, rappresentando una minaccia per i civili simile a quella delle mine terrestri antiuomo”.

I NUOVI EQUILIBRI

Come in altre crisi, da ultima quella in Libia, a scendere in campo in prima linea è di nuovo la Turchia che continua a voler dettare i suoi equilibri sullo scacchiere internazionale. Recep Tayyip Erdogan si è schierato al fianco dell’Azerbaigian e lo ha fatto con la solita veemenza propagandistica fino a scomodare la fine dell’Impero Ottomano, dopo la prima guerra mondiale. Il sostegno turco ha spinto Baku ad assumere un atteggiamento più aggressivo nei riguardi della Russia, principale alleata dell’Armenia, ma formalmente legata ad entrambi i paesi, tanto da portare il presidente azero Ilham Aliyev a lamentarsi con Vladimir Putin per una presunta consegna di armi russe all’Armenia.

Il presidente USA Donald Trump

E per completare il quadro – e aggiungere promesse a promesse che sanno solo di proclami da campagna elettorale – si è inserito nella vicenda anche Donald Trump, con un “cessate il fuoco umanitario”. L’annuncio è stato dato dal dipartimento di Stato Usa, in un comunicato congiunto, all’inizio della scorsa settimana. Il vicesegretario di Stato americano Stephen Biegun, dopo aver incontrato i Il ministri degli Esteri dei due Paesi in conflitto, che a loro volta erano stati ricevuti separatamente da Mike Pompeo, ha soddisfatto le direttive del numero uno della Casa Bianca. Trump, infatti, era stato perentorio: aveva chiesto e ha ottenuto un successo diplomatico prima della fine di ottobre. La dichiarazione congiunta dice che i ministri di Armenia e Azerbaigian hanno “ribadito l’impegno dei loro Paesi ad attuare e rispettare il cessate il fuoco umanitario concordato a Mosca il 10 ottobre, che era stato riaffermato nella dichiarazione di Parigi del 17 ottobre”, in accordo con quanto già dichiarato dai presidenti americano, francese e russo, Donald Trump, Emmanuel Macron e Vladimir Putin.

Alessandra Sozio

Giornalista professionista dal 2007, si è laureata in Scienze politiche presso La Sapienza di Roma. Ha ricoperto molteplici incarichi nel mondo della comunicazione: dalla carta stampata che l'ha vista impegnata in numerose collaborazioni, fino ad essere nominata vice direttrice del primo quotidiano del litorale romano "Il Giornale di Ostia" e capo redattrice della cronaca politica, al web nella gestione di testate giornalistiche online e siti istituzionali. Ha curato la rinascita del "Nuovo Paese Sera", anche nella sua veste cartacea di approfondimento mensile. Nel suo percorso lavorativo, è stata responsabile dei servizi editoriali del X Municipio di Roma Capitale.

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One Comment

  1. Il 21 ottobre Human Rights Watch aveva pubblicato un rapporto sull’uso delle bombe a grappolo da parte delle forze di Kiev contro i quartieri abitati della citt di Donetsk all’inizio di ottobre 2014. HRW ha rilevato che le bombe a grappolo erano state usate proprio dall’esercito dell’Ucraina e non dalle milizie.

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