Dal 2016 pedalare non è mai stato così gratificante. Per conferma chiedere ai ragazzi del progetto BAR. Semplici appassionati di ciclismo, si fa per dire, che grazie alle due ruote sono riusciti a mettere in piedi un fantastico meccanismo d’integrazione

Trento – Come il ciclismo eroico di Fausto Coppi e Gino Bartali che, secondo Giancarlo Brocci, cercava i limiti del proprio fisico. Quando sete, stanchezza e fame si fanno sentire con tutta la loro intensità. La stessa condizione con cui devono fare i conti, negli ultimi anni, migliaia di profughi prima di sbarcare sulle coste italiane. Chi meglio di loro, infatti, sa cosa siano i limiti, fisici e morali. Quanto sia importante riuscire a superarli per raggiungere quella felicità tanto agognata. La bici come la vita, appunto. È da questo parallelismo che nasce, nel 2016, il progetto BAR (Bicycles Against Racism).

Dalla volontà di un gruppo di ragazzi appassionati di ciclismo, pronti a sfidare pregiudizi e stereotipi. A conferma, che non c’è “veicolo” migliore della bicicletta per favorire l’integrazione e, perché no, anche per promuovere uno stile di vita sano e rispettoso dell’ambiente. Dalle staffette della seconda guerra mondiale, passando dai contadini agli operai che la useranno successivamente per recarsi a lavoro. Il più popolare tra i mezzi di trasporto rappresenta, da sempre, un simbolo di libertà ed aggregazione sociale. Capace di diminuire le distanze, collegando mondi che altrimenti non sarebbero mai riusciti ad incontrarsi.

Tomasso, a sentirlo parlare, ha l’anima leggera. Come chi è consapevole del contribuito che sta offrendo per fare di questo mondo un posto migliore. Ha scelto di appesantirsela, però. Si è fatto carico, insieme alla UISP Trentino, Cinformi, Atas Onlus, ORA (Officina Richiedenti asilo) e Cooperativa Sociale Kaleidoscopio, del destino di decine ragazzi con un disperato bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Di dimenticare le sofferenze patite, la guerra e la povertà estrema per provare a reinventarsi un futuro migliore. Lontano da tutto questo.

Per farlo, hanno pensato di usare delle “semplici” biciclette d’epoca. Le stesse che tanto per intenderci hanno visto, nei primi anni del 900, campioni del calibro di Coppi e Bartali appunto, dar vita ad una rivalità con R maiuscola. Pedalare via, lontano dell’intolleranza. Schivare a tutta velocità le differenze, mettendo sulla stessa strada italiani e stranieri. Richiedenti asilo in particolar modo. E ci sono riusciti perfettamente. Il loro progetto è semplice quanto ambizioso, fare delle due ruote un mezzo di sensibilizzazione ed inclusione sociale, prima di tutto.

Tre uscite collettive o miste, come le definisce Tommaso Iori Presidente della UISP Trentino, in cui i residenti della zona hanno potuto incontrare i richiedenti asilo e protezione internazionale per trascorrere insieme una giornata all’insegna dello sport. Le ciclabili trentine come luogo d’aggregazione reale per conoscersi, superare la diffidenza ed esplorare quelle incantevoli vallate. 400 km di natura incontaminata e maestose montagne, dalle dolomiti fino al lago di Garda.  Seguendo l’esempio di Tomasso. Partito da Trento in bicicletta ed arrivato fino a Roma per seguire la prima edizione dei Mondiali antirazzisti di calcio.

BAR, anche se sembra impossibile, è addirittura qualcosa di più tutto questo. Porta con se, un modello d’integrazione che utilizza lo sport per approdare dove i sogni si fanno realtà. Grazie all’Officina Richiedenti asilo e Gira la ruota, che tra le altre cose hanno fornito le biciclette, molti di questi ragazzi hanno avuto la possibilità di imparare un mestiere. Smontare e rimontare ruote, addrizzare forcelle e cambiare freni per qualcuno di loro è diventato un lavoro, oltre che un esempio da esportare in tutto il territorio nazionale.

Basta chiedere a Mamadù per aver conferma. Quando è arrivato in Trentino dalla Guinea, probabilmente, non avrebbe mai pensato che una bicicletta sarebbe riuscita a cambiargli per sempre la vita. Così è stato, invece. Giusto il tempo di capire la differenza tra un cambio a manubrio ed uno a telaio. Oggi, lavora in una ciclo officina e continua a “pedalare” senza sosta verso futuro tutto da costruire. Sperando, un giorno, di poter partecipare ad una corsa “vera”. Oggi che la convivenza pacifica sembra più complicata che mai, queste due piccole officine sembra luoghi sospesi nel tempo. Un vero e proprio antidoto all’emarginazione e all’esclusione sociale.

La dimostrazione, definitiva, che lo sport è in grado di oltrepassare confini, superare muri ed unire culture e religioni differenti. Grazie ad una perfetta sinergia tra operatori sociali e sportivi, come mi dice Tommaso Iori. Niente di meglio di una bella passeggiata in bicicletta, allora, per trasformare le differenze in punti di forza. Nel tentativo di costruire una società aperta e solidale. Finalmente conscia che il crogiuolo delle razze è una ricchezza e che solo la conoscenza può sconfiggere la violenza e l’intolleranza.  

 

Mattia Bagnato