Cronache di Roma

BERTA, ROMA E UNA STORIA DI DUEMILA ANNI FA…

La Capitale e i suoi detti antichi. Leggenda e attualità si incontrano tra Trastevere, l’Esquilino e il Campidoglio. Con la musica di Rino Gaetano e i problemi di sempre.

Roma- Sono finiti i bei tempi. Quelli della Roma di una volta. La Roma che vive nei film di Nino Manfredi e di Alberto Sordi. Si quella del vigile di piazza Venezia, del Marchese del Grillo, dei magazzini Mas – quando erano grandi- e quella delle botticelle dove i cavalli non stramazzavano al suolo, ma portavano a spasso marchese e regine, conti e turisti. La Roma di Petrolini e di Renato Rascel immortalata dal Pinelli. Anche qui c’è una leggenda romana. Quella di un detto ancora oggi in uso tra i vicoli di Trastevere e le strade del rione Borgo. Che rievocano tempi e fasti di una volta. I cosiddetti “Tempi in cui Berta Filava”. Attribuito all’imperatore Nerone, leggenda narra che il sovrano per saggiare gli umori del popolo nei suoi confronti, di notte si travestiva da viandante ed andava per le strade della città di Roma chiedendo ai cittadini: Ma tu che pensi dell’Imperatore Nerone?”

Tra Realtà e Finzione. Non essendo molto simpatico alla cittadinanza, Nerone, non riceveva apprezzamenti troppo lusinghieri e ne rimaneva deluso. Una notte, in un vicolo di Roma, il finto viandante, vide una donna di nome Berta, che stava filando la lana al lume di una lanterna. La domanda era sempre la stessa, solo che Berta aveva riconosciuto l’imperatore e cominciò a tessere elogi e lodi a più non posso nei suoi confronti. Contento e soddisfatto, Nerone rientrò nella sua Reggia. Qualche giorno dopo fece chiamare quella donna a palazzo e nella sua riconoscenza le disse: Porta con te il tuo filatoio, fila la lana per mezza giornata, metti in terra il filo fatto e srotolalo. Tutto quello che il filo attraverserà nel palazzo sarà tuo”. Berta prese il suo filatoio e cominciò a lavorare alacremente, portandosi via un cospicuo bottino. Gli altri servi, vedendo che l’imperatore ricompensava bene chi elogiava il suo operato, cominciarono a tessere elogi a più non posso nei suoi confronti sia in sua presenza sia quando egli era assente per evitare che ci fossero spie mandate dell’ultimo minuto. Con il passare del tempo, però, vedendo che non venivano ricompensati come Berta, alcuni servi andarono dall’imperatore a chiedere spiegazioni. La risposta fu categorica: So’ finiti li tempi in cui Berta filava!!”.

Quella di Rino Gaetano. Poi un cantautore dalla Calabria. Partito da Crotone e arrivato nella Capitale con la sua voce ruvida e la sua ironia nei testi. È la metà degli anni’70 quando Rino Gaetano incide sul lato A dell’allora 45 giri, la canzone “E Berta filava” che trae origine dall’antico detto romano. Qui filava la lana e l’amianto. Una canzone che parla di roghi e panni che bruciano per poi confondersi con il senso di un altro “filare”, più passionale con Mario e con Gino fino a far nascere un bambino. Che non era di Mario e non era di Gino. Non lontano da quanto accade oggi. Era il 1976, l’anno del governo Moro e degli attacchi in Libano, del Cermis e del Concorde; mentre in televisione gli italiani scoprono la Domenica In di Corrado e l’Altra Domenica di Arbore e sul campo tifano per il Torino di Gigi Radice e per i rovesci di Adriano Panatta. Ma Berta tutto questo non lo sa…e lei continua a filare con Mario e con Gino.

Una Storia dei Giorni Nostri. Altri tempi. La Roma dei palazzoni e dei muri che sudavano e continuano a sudare. La capitale popolare e quella delle periferie di oggi. Chissà se Berta in questo nuovo millennio rivedrebbe un po’ della sua città. Fatta di vicini a cui chiedere l’olio o il sale. La Roma delle piazze e dei bar, quelli del sabato quando si andava a vedere la tv. No forse non ritroverebbe nulla di tutto questo. Troverebbe le buche dall’Aventino all’Esquilino, gli autobus che non funzionano – forse anche allora le bighe- con gli autisti aggrediti o al telefonino. Il caos di Tor Sapienza e l’ebola, il virus che venne scoperto proprio nel 1976 ai tempi dell’altra Berta, quella di Rino Gaetano. L’allerta meteo ad ogni “bomba d’acqua”. Magari mentre fila si chiede pure: “ma che è  mò …sta bomba d’acqua?”. Il Tevere che esonda a Ponte Milvio e se capita nei giorni di gennaio anche la neve con un sindaco pronto a spalarla. Quella dell’Oscar della Grande Bellezza, che poi di bello ha poco e niente. No, non è proprio più la sua Roma. E chissà pure Nerone cosa direbbe. Un giro davanti al Campidoglio, si fermerebbe a guardare la Lupa e in un attimo scorre tutti i sindaci che da lì sono passati. Arriva Sporo, il fedele servo e urlerebbe la sua famosa frase: “Acqua, Nerone, che Roma  brucia…”.

Stefano Campidelli

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Stefano Campidelli

Dopo gli studi in Scienze della Comunicazione, sviluppa il suo interesse per il mondo dell'editoria on-line. Divora riviste, giornali e tutto ciò che è attualità, inchiesta e approfondimento. Ama il collezionismo e i libri di genere storico o fantasy, come viaggiare su due binari paralleli. E' appassionato e cultore di vini e della buona gastronomia. Oltre che delle vere tradizioni popolari. Romane, soprattutto.

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