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“Barbari”, la strage di Teutoburgo vista da Netflix

Archeorecensione della serie tv: tra ricostruzioni e romanzamenti, si è riusciti a raccontare un capitolo così delicato della storia romana?

Tante battaglie hanno segnato la storia di Roma, e ancor più segnanti sono state diverse sconfitte di cui già le fonti antiche tramandano la bruciante memoria: dalla catastrofe dell’Allia ad Adrianopoli, da Canne ad Arausio, dalle Forche Caudine a Carre. Ma nessuna di queste fu così determinante nella storia di Roma quanto Teutoburgo: in primo luogo, perché di lì in poi Roma rinunciò a conquistare i territori a nord del Reno, ma soprattutto perché, vedendo ben tre sue legioni venire spazzate in soli tre giorni, l’Impero si rese conto di essere fragile e di non essere così invincibile come credeva.

E dopo venti secoli, quella battaglia (o strage, che dir si voglia) che tanto fece soffrire l’allora settantaduenne Imperatore Ottaviano Augusto continua ad affascinare, a stupire, a rapire; anche nei suoi dettagli più orrorifici. É tra l’altro di poche settimane fa la notizia del rinvenimento a Kalkriese (località presso la quale avvenne la strage) di alcuni frammenti di armatura di un legionario caduto proprio nella foresta di Teutoburgo, segno che l’eco della storia continua a risuonare a distanza di millenni.

E una così suggestiva pagina della storia romana non poteva non attirare l’attenzione di Netflix, il grande colosso dello streaming, che proprio qualche giorno fa ha distribuito sulla sua piattaforma Barbari, una serie tv di produzione tedesca che prova a riassumere in sei puntate da 40-50 minuti l’una l’epicità di quegli eventi che videro coinvolti i Romani e, appunto, i Barbari.

Barbari su Netflix: trama e cast della serie Tv tedesca
Publius Quintilius Varus (Gaetano Aronica) e Arminius (Laurence Rupp).

La serie, non discostandosi troppo dalla realtà storica, parte dagli antefatti che portarono alla famigerata battaglia e si conclude con quella carneficina di cui ben ci tramandano gli orrori storici del calibro di Cornelio Tacito, Velleio Patercolo, Floro e Cassio Dione: il governatore della Provincia di Germania Publius Quintilius Varus tartassa i popoli germanici (disuniti e in continua disputa tra di loro, ma molto fieri dei propri costumi) con imposte e tributi sempre più gravosi, che finiscono per alimentare il malcontento tra le tribù. Il braccio destro di Varus è proprio un germanico, Ari, che ora si fa chiamare Arminius. Le due nature che convivono in Ari, quella romana e quella “barbara”, portano il protagonista a un conflitto interiore che andrà avanti per tutta la serie. Una sequenza di eventi e disavventure porteranno però Ari a porsi come capo della coalizione anti-romana e a massacrare le legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo.

Cominciamo con il dire che la ricostruzione storica di “Barbari” è, nel complesso, ben fatta: gli eventi sono narrati con accuratezza e fedeltà, e il quadro storico in cui sono inserite le vicende è ben delineato. Ogni personaggio è dotato di una propria personalità e carattere, dal riluttante capo cherusco Segimer alla tenace e combattiva Thusnelda, e non si discosta di molto dalla sua controparte storica. Nella serie però non mancano alcune libertà e romanzamenti: la più importante è sicuramente la presunta adozione di Arminius da parte di  Varus, dettaglio di cui non abbiamo testimonianza in nessuna fonte, ma che è inserita nella serie per rinforzare il conflitto interiore di Ari, la cui duplice natura lo rende un personaggio squisitamente tragico e combattuto. Tuttavia, ogni scelta che si discosta dalle fonti in nostro possesso non è presa per ignoranza degli autori (che anzi dimostrano una buonissima competenza con la materia trattata) ma per dinamizzare la sceneggiatura e rendere la narrazione più scorrevole: ne è un esempio la stessa ricostruzione della battaglia, ridotta da tre giorni a circa mezza giornata. Anche gli spettatori più precisini che si aspettano una ricostruzione documentaristica degli eventi potranno godersi la visione di questa serie, dal momento che nessuna scelta registica stravolge la storia originale e l’atmosfera della Germania d’età augustea si respira a pieni polmoni.

Barbari, la serie TV Netflix sull'antica Roma - Magazine - quotidiano.net
In Ari (Arminius) convivono due nature: quale delle due prenderà il sopravvento?

La serie è, se si può dire, bilingue: i germanici parlano nella lingua dello spettatore, mentre i Romani in un latino in pronuncia restituta (con la /c/ e la /g/ “dure”, con i dittonghi non pronunciati in un unico suono, e la /v/ pronunciata come /u/): c’è qualche piccola sbavatura e imprecisione nella ricostruzione del latino (la pronuncia di qualche parola è imperfetta e ci sono forse troppe espressioni colloquiali che non hanno veri e propri corrispondenti in latino), ma niente che faccia gridare allo scandalo; nel complesso è musica per le orecchie degli amanti della lingua di Cesare e Cicerone.

Il confronto tra un elmo da parata usato nella serie e una maschera da elmo rinvenuta a Teutoburgo e oggi esposta al Museo di Kalkriese

La precisione dei costumi è veramente spettacolare: grazie alla collaborazione tra la produzione e alcune realtà rievocative e archeologiche sperimentali, finalmente i Romani sono raffigurati con un equipaggiamento archeologicamente e filologicamente accurato, e non più con pseudo-armature da Via Crucis buone solo come vestito per Halloween o Carnevale. Anche le tribù germaniche vengono mostrate con un vestiario consono a quello dell’epoca, con fibule, mantelli a motivi ornamentali, torques e armi accurate, senza essere dipinti come selvaggi vestiti esclusivamente di pelle usciti direttamente da un fumetto di Asterix. Un merito della serie è senz’altro quello di mostrare la varietà dell’equipaggiamento romano: bisogna infatti ricordare che all’interno delle legioni non tutti i milites indossavano le stesse armature, ma che la standardizzazione dell’uniforme è un’innovazione molto più tarda; nella serie, i legionari corazzati con la lorica segmentata (armatura a lastre) sono mostrati a fianco a soldati con la lorica hamata (armatura a cotta di maglia) e squamata (armatura a lamelle). Anche la ricostruzione degli ambienti è accurata, segno che dietro a questa serie vi è stata all’opera un‘equipe specializzata e competente, che ci ha tenuto a una precisa ricostruzione.

La serie è vista per lo più dalla prospettiva delle tribù germaniche, il che induce lo spettatore a parteggiare per loro, mentre Varus, con la sua subdoleria, cattiveria e avidità, veste i panni del villain della serie. Roma certamente non bussava alla porta dei popoli stranieri con garbo, e se dalla prospettiva romana l’Impero portava ordine e civiltà, dal punto di vista delle popolazioni conquistate Roma era un invasore non richiesto (basti pensare alla toccante frase che Tacito fa pronunciare al caledone Calgaco: “Fanno un deserto e lo chiamano pace). Si può dunque pensare che la serie segua il cliché del “Barbaro-buono, romano-cattivo“, particolarmente di moda nelle produzioni anglo-americane degli ultimi anni (si veda la serie di Sky Atlantic “Britannia“) che sembra un’eredità della retorica cowboy-pellerossa. Un’attenta visione della serie, affiancata dalla lettura delle fonti originali, smentisce tuttavia questa prospettiva. Basti partire da un brano dello storico greco Cassio Dione, il quale riporta che Varus era tutt’altro che clemente con le popolazioni germaniche:

Ma quando Varus assunse il comando dell’esercito che si trovava in Germania […] li forzò ad adeguarsi ad un cambiamento troppo violento, imponendo loro ordini come se si rivolgesse a degli schiavi e costringendoli ad una tassazione esagerata, come accade per gli stati sottomessi.

Cassio Dione, Historia Romana, LVI,18

D’altronde, la serie ci tiene a sottolineare che se Arminius (Ari) è riuscito a sconfiggere l’esercito più potente dell’epoca è stato grazie all’inganno, al tradimento e a una raffinata strategia, elementi che rendono sicuramente poco eroica questa figura agli occhi di uno spettatore imparziale. E “Barbari” non ci risparmia nemmeno i dettagli più cruenti della strage di Teutoburgo, mostrandoci senza troppe censure le nefandezze a cui si lasciarono andare le tribù germaniche, come ad esempio l’impalamento, la decapitazione o la tortura di alcuni legionari romani fino a mostrare addirittura un guerriero germanico che divora i testicoli di un soldato romano evirato. Lo stesso suicidio di Varus, fino a quel momento dipinto come un personaggio poco positivo, assume i tratti di un suicidio eroico, eseguito con coraggio (per non cadere prigioniero nelle mani dei nemici) e non per codardia.

In conclusione, “Barbari” è una serie pregevole, non perfetta, ma di certo valevole. La duplice natura di Ari-Arminius, in bilico tra il mondo germanico e quello romano, è sicuramente il maggior pregio della serie, assieme alla ricostruzione storica e archeologica che è attenta e scrupolosa. La battaglia di Teutoburgo, nonostante la drastica riduzione per esigenze di sceneggiatura, è epica e affascinante, e la si segue con il fiato sospeso per tutto il tempo. La speranza è che “Barbari” sia l’apripista di tante produzioni che si accingano a raccontare la monumentale storia di Roma con rigore e criterio. Inoltre, chissà, alcuni indizi nel finale della serie lasciano presupporre un’eventuale seconda stagione… vedremo forse in azione Germanico?

Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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