Quando l’imperatore se la prese con gli animalisti

Roma- Con l’espandersi delle nuove filosofie New Age, delle organizzazioni ambientaliste e delle nuove tendenze alimentari (quali il veganismo, vegetarismo o fruttarismo) sono sempre più numerosi i gruppi e le associazioni che si battono in difesa e in tutela dei diritti degli animali. Per quanto molte volte gli animalisti perseguano battaglie nobili e giuste (ad esempio contro la sperimentazione sugli animali o contro il trattamento crudele che questi ultimi  ricevono nelle industrie o nei mattatoi) molte volte il rischio di cadere nel fanatismo e nell’integralismo è molto alto. Basti pensare che recentemente diversi gruppi animalisti si sono scagliati contro la nuova pubblicità di una nota marca d’acqua minerale, che vede l’ex stella della Juventus Alessandro Del Piero “minacciare” un uccellino logorroico e fastidioso di darlo in pasto a un gatto. Le critiche che l’ex calciatore ha ricevuto sono ridicole: per una battuta innocente (e anche abbastanza simpatica) Del Piero è stato accusato di essere un venduto, un poco di buono, e di prestare la sua immagine a una ditta che non ha a cuore la dignità degli animali, dal momento che, secondo i suddetti animalisti, il passerotto nello spot viene rappresentato come un animale stupido, mentre il gatto viene privato del suo ruolo di fedele e tenero animale da compagnia e svilito a semplice predatore “acchiappauccellini”. In questo caso l’esagerazione è evidente. Allora perché non proporre un degno parallelismo? Che ne penserebbero gli antichi?     

In una calda giornata d’estate dell’anno 13 d.C. l’Imperatore Cesare Ottaviano Augusto sta passeggiando lungo le vie di Roma. E’ oramai abbastanza vecchio, e si ritrova a camminare con un bastone, che a stento riesce a reggere con la mano destra. Nonostante l’età e gli acciacchi, il princeps non vuole rinunciare alla sua salubre passeggiata mattutina. Si gode il Sole che risplende su tutta Roma e illumina la Via Sacra, assapora la fresca brezza che gli accarezza il canuto viso e si bea della vista dei candidi templi e dei palazzi che adornano il Foro Romano. La memoria lo riporta ai suoi giorni d’oro: ripensa alle gloriose battaglie che ha combattuto, alle magnifiche orazioni  di Cicerone che aveva avuto modo di ascoltare nella Curia, al suo rapporto ambiguo di amicizia e inimicizia con Marco Antonio, alle legioni che si scontrarono sui campi di Modena, Perugia e Filippi, e alle navi che si diedero battaglia lungo le coste di Azio.

Ma quelli non sono che bei tempi andati, a cui oramai il vecchio Augusto può solo rivolgere il pensiero con nostalgia e malinconia. Seduto su una panca di marmo, l’Imperatore fissa con orgoglio le meravigliose opere che ha fatto costruire: lui stesso amava dire che “aveva trovato una città di mattoni e l’aveva trasformata in una città di marmo”. La gente nel frattempo gli passa vicino, ma nessuno ha il coraggio di fermarsi a parlare con lui, nemmeno di salutarlo. Nessuno osa disturbarlo.

Dopo tutto, lui è il princeps, l’imperatore, il figlio del Divo Giulio Cesare, la massima autorità di tutta Roma, anche se in quel momento ha addosso una leggera tunichetta bianca con dei drappelli rossi e si sta trascinando con un bastone. Ma a un tratto l’attenzione dell’Imperatore è attratta da una scena che si sta consumando a pochi metri da lui: tre forestieri, forse dei Galli o degli Hispani venuti in visita a Roma, stanno giocherellando con dei cuccioli, e stanno riempiendo di coccole e moine dei cagnolini e dei gattini. Li accarezzano, li cullano, li sbaciucchiano e li vezzeggiano quasi come se fossero dei bambini. Augusto assiste da lontano a questa scena, disgustato da tutta questa mollezza. Vorrebbe rimanere seduto, ma non riesce a trattenersi. Si fa forza sulle sue ossute ginocchia e si leva in piedi. Avvicinatosi ai giovani, li saluta con un cenno del braccio. I forestieri non credono ai loro occhi. Rimangono basiti e stupefatti. Ottaviano in persona, l’Augustus, il venerando discendente di Enea, si è avvicinato a loro e li ha salutati. I forestieri, tremando per l’emozione, non riescono che a balbettare: “Ave, Caesar!” Saluto a cui l’Imperatore risponde con un cenno del capo e un sorriso. Ma  il princeps, senza perdersi in convenevoli e chiacchiere, chiede ai giovani:     
“Posso farvi una domanda, giovanotti?”
“Qualsiasi cosa, o Cesare!”, risponde uno dei forestieri, emozionato nel poter rispondere a una richiesta dell’Imperatore in persona. Con voce roca e tonante allora Augusto chiese:        
“Ma dalle vostre parti le donne non mettono al mondo dei bambini?”      

Questo aneddoto, che ho voluto raccontare in versione “romanzata”, ci viene riportato dallo storico romano Svetonio, che commentò questo episodio dicendo:              
“Ammonì così, da vero princeps, quanti riversano sugli animali quell’istintivo bisogno d’affetto, che è innato in noi, ma che dovremmo riservare ai nostri simili”. (Svetonio, De Vita Caesarum, Augusto)

Mettersi dalla parte degli animali e difenderli dalle continue ingiustizie che subiscono ogni giorno in tutto il mondo è sicuramente un gesto rispettabile e onorevole. Ma quando l’animalismo si trasforma nella pretesa che la vita di un animale sia di valore uguale o addirittura superiore alla vita umana, esso si trasforma in una  preoccupante esasperazione. A tal proposito, non ci si può che augurare che le parole dello storico Svetonio e quelle dell’Imperatore Augusto siano state spese a buon rendere.        

 

Michele Porcaro