Storie dall'Italia

ARSENICO: UN MOSTRO INVISIBILE CHE RUBA IL SONNO AI VITERBESI

Oltre dieci anni di scaricabarili e silenzi colpevoli. L’arsenico nelle acque pubbliche del viterbese continua a minacciare la vita dei cittadini. Ma sarebbe in arrivo un accordo tra Regione Lazio e la Talete

 

Viterbo – Una lunga fila di persone davanti ad un distributore di acqua. Facce stanche e nervose da ora di attesa sotto un sole cocente. La scena che si presenta passeggiando per la città che un tempo fu dei Papi sembra appartenere ad un’epoca ormai lontana o ad un’altro mondo. Il terzo mondo. Ma non è così. Siamo in Italia e più precisamente a Viterbo. Tutte quelle persone in fila aspettano il loro turno pazientemente. Ma se potessero urlerebbero la loro rabbia e la loro frustrazione. Lo hanno anche fatto, più e più volte, da quando nel 2005 i tecnici della ASL locale hanno scoperto tracce di arsenico nell’acqua. Perché adesso è chiaro a tutti. Lo ha detto anche uno studio condotto dal Servizio Sanitario Regionale nel 2012. A Viterbo ci si ammala di più che in altre città.

Non una quantità irrisoria. Nell’acqua pubblica della città di Viterbo e di altri 40 comuni, secondo la Asl, il livello di arsenico supera di ben 200 volte la media nazionale. Ma come spesso capita in questo “bel paese” nemmeno i numerosi richiami delle autorità sanitarie non sono serviti a molto. Se si esclude la diffusa pratica dello scarica barile a cui i nostri politici ci hanno abituati da tempo. “La mancata risoluzione della problematica dell’arsenico nell’acqua potabile deve essere attribuito a coloro che fin dal 2006/2007 si era proposti di assumersi l’onore di risolverlo, ovvero Regione Lazio e Provincia di Viterbo” – dichiarava il Sindaco Giulio Marini nel 2013. Da quel 2006 ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma l’acqua è rimasta sempre la stessa. Poi a rovinare la festa dell’amministrazione locale è arrivata una direttiva dell’Unione Europea. La numero 98/83 del 2001. Che stabilisce dei limiti specifici e molto restrittivi alla quantità di arsenico che può trovarsi nell’acqua potabile. 10 mg/l è seconda l’Istituto Superiore della Sanità il limite che non si deve oltrepassare. Perché arsenico non è solo il nome di un famoso ladro dei cartoni animati. E’ una sostanza cancerogena molto pericolosa se assunta in grande quantità, secondo uno studio condotto da Medici per l’ambiente.

Deroghe su deroghe. L’amministrazione locale e il Governo nazionale sono con le spalle al muro. Come animali feriti che non vogliono rassegnarsi all’idea di soccombere. Provano gli ultimi colpi di coda. E li provano a colpi di deroghe. Fino all’ultimo giorno. Ovvero fino al 31 dicembre 2012 quando è scaduta la terza ed ultima deroga che l’Unione Europea aveva concesso al Governo italiano per porre rimedia a tale situazione. Dopo 10 anni a Bruxelles hanno detto: Basta! Ma adesso basta lo dicono soprattutto i cittadini. Preoccupati perché l’arsenico lo stanno bevendo anche i loro figli. Sui quali l’Istituto Superiore della Sanità a riscontrato livelli doppi rispetto alla media nazionale.

I comitati cittadini. Sulla scia di queste preoccupazioni cominciano a nascere i primi comitati cittadini. Vogliono risposte. Ma soprattutto voglio fatti questa volta. Voglio poter dare da bere a propri figli e lo voglio fare adesso. Il Comitato “Non ce la beviamo” nasce proprio come risposta popolare alle ambiguità di una classe politica troppo impegnata nei suoi giochi di palazzo. Il Comitato vuole che l’azienda idrica Talete rispetti gli obblighi contrattuali previsti dalla sua Carta servizi. Vogliono acqua potabile e fino a quando questo non avverrà vogliono che le bollette siamo dimezzate.

Oltre il danno anche la beffa. Come se non bastassero già i disaggi e i rischi per la salute sono aumentate anche le tariffe. Questo è quanto sosteneva Daniele Cario, Portavoce del Comitato, in un’intervista pubblicata il 14 febbraio 2014 dal giornale on-line Tusciaweb: “I cittadini sono stati costretti a pagare importi altissimi perché Talete, appena insediatasi, ha imposto una serie di aumenti delle tariffe dell’acqua che nel giro di pochi anni hanno portato a un rincaro della bolletta di oltre il 60%, e tutto ciò per un’acqua inutilizzabile anche per l’igiene personale”. Di fronte a questa situazione il Codacons ha deciso di imbracciare  un “megaricorso” per ottenere un risarcimento. Il Tar del Lazio nel 2012 ha condannato il Ministero della salute e dell’ambiente a risarcire gli utenti di molte regione, tra cui ovviamente quelli residenti nel Lazio, con 100 euro a cittadino. Perché “fornire servizi insufficienti, difettosi o inquinanti determina la responsabilità della pubblica amministrazione per danno alla vita di relazione, stress e rischio di danno alla salute”.

Le reazioni. Inevitabilmente le reazioni da parte dei “primi cittadini” non si sono fatte attendere. La ATO (Assemblea dei Sindaci) attraverso il Presidente Marcello Meroi ha affermato: “Il Codacons solleva un problema legittimo ma sbaglia ad addossare le responsabilità. Non è contro le Amministrazioni comunali che va intrapresa l’azione legale anche perché, nel caso in cui da parte dei giudici venisse riconosciuto il diritto al rimborso del 50% delle bollette pagate, questo comporterebbe il dissesto finanziario per i Comuni. Alla fine sarebbero sempre i cittadini a rimetterci con conseguente aggravio del carico fiscale”.

Le conseguenze economiche. A Viterbo l’acqua non si può bere e non ci può cucinare. Lo afferma la ASL di Viterbo in una relazione dello scorso 14 maggio. E nonostante l’ISS (Istituto Superiore della Sanità) abbia ribadito che non esistono prove che l’arsenico inorganico contenuto negli alimenti sia realmente pericoloso per la salute, alcuni commercianti hanno cominciato a denunciare un forte calo nelle vendite dei prodotti alimentari. Pane soprattutto. Fiore all’occhiello della gastronomia viterbese. Queste denunce sono state raccolte dalla Confesercenti di Viterbo. La quale per bocca del Presidente a ricordato: “Le imprese si sono adeguate e dotate di impianti per la dearsenificazione o, in alcuni casi, hanno dovuto provvedere all’acquisto di grandi quantità di acqua minerale con un conseguente aggravio delle spese di gestione”. Se a questo si aggiunge che è alle porte la stagione estiva e Viterbo è una città a forte impatto economico turistico si possono facilmente immaginare le conseguenze, dal punto di vista dell’immagine, che una simile situazione è destinata inevitabilmente a produrre.

Cambio della guardia. E’ passato più di un anno da quando il Sindaco Marini aveva assicurato che entro il 2013 la situazione si sarebbe definitivamente risolta a fronte di 10 milioni di euro stanziati dalla Regione Lazio. Ma i cittadini viterbesi sono ancora lì. In fila davanti alle cassette dell’acqua. Perché nonostante le promesse mai realizzate, le commissioni d’inchiesta e le task-force il problema non è stato ancora risolto, come a ribadito il 4 aprile 2014 l’Associazione medici per l’ambiente.

La situazione attuale. Qualcosa sembra muoversi. Con lo sblocco dell’impasse sulla gestione degli impianti è arrivato l’accordo tanto atteso. Una cogestione provvisoria di sei mesi tra Regione e Talete permetterà il ripristino del servizio idrico pubblico. I costi di gestione saranno, almeno per questi sei mesi, a carico della stessa Regione che se ne assumerà l’onere a partire dalla certificazione di potabilità emessa dalla Asl. Così finalmente dopo 10 anni, una vicenda che ha visto impegnati su diversi fronti comitati cittadini, associazioni per la salute pubblica ed enti locali, sembra vicina alla conclusione. Forse…

 

 

Mattia Bagnato

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Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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