Cronaca di un viaggio nella città in cui i danni della crisi economica stanno piegando la culla della civiltà, patria delle arti, della filosofia e della democrazia.

Per chi ama la cultura classica in tutte le sue espressioni, Atene è una specie di La Mecca: una meta imperdibile, da godersi tutta d’un fiato, un continuo tripudio di stupori ed emozioni. Girare per Atene significa camminare nella storia, partendo dall’epoca della pòlis e dei grandi templi fino ad arrivare alla più recente dittatura di Metaxas e al Regime dei Colonnelli, passando per l’epoca bizantina e per la dominazione ottomana, due culture che hanno inevitabilmente lasciato il segno nelle usanze e nella cultura (materiale e immateriale) della Grecia. D’altronde, libri di storia alla mano, non sbaglia chi definisce l’Ellade la “culla della civiltà”: basti pensare che 2500 anni fa proprio tra le colline e gli uliveti dell’Attica nasceva quella forma di governo di cui si avvale attualmente la quasi totalità delle nazioni del mondo (anche se è opportuno specificare che la democrazia clistenea condivide ben poco con quell’attuale).

Visuale d’Atene dalla salita dell’Acropoli. In primo piano sono visibili il Teatro di Dioniso e il modernissimo Museo dell’Acropoli.

Atene vista dall’Acropoli. Sulla sinistra è ben visibile l’Hephaistèion, il tempio dorico dedicato a Efesto, dio del fuoco e della metallurgia.

Ma Atene è allo stesso tempo una delle mete più sottovalutate del globo (al 47esimo posto tra le città più visitate al mondo e non rientra nemmeno tra le 20 mete europee più frequentate dai turisti, stando a quanto riporta Euromonitor International). Del resto, la globalizzazione e le compagnie aeree e di viaggi low cost hanno creato una generazione di giovani viaggiatori con valigia e biglietto sempre a portata di mano, ma hanno alimentato al contempo un turismo “d’ignoranza” fatto di selfie e aperitivi in posti di cui molti faticano ad apprezzarne minimamente il valore culturale. Occorre essere schietti: tra le 46 città che vantano un turismo più cospicuo e abbondante di quello della capitale greca, molte di queste hanno un patrimonio artistico e storico che non supera i tre o quattro secoli. E se vogliamo essere ancora più puntigliosi, basti pensare che nella stessa epoca in cui l’Atene dei santuari, dei templi e degli stadi panatenaici decideva di adottare la democrazia come sistema di governo che più di tutti sventasse ogni ambizione monocratica (508-507 a.C.) Londra, Parigi e Berlino (attualmente le tre mete più gettonate d’Europa) erano degli agglomerati rurali in cui vigeva una sistemazione sociale di tipo tribale.

Cratere attico rosso a figure nere, ritraente una battaglia tra Achei e Troiani in disputa per il corpo di Patroclo. Questa meraviglia risale a ben 2600 anni fa!

Ma la mia lungi dall’essere una polemica: ognuno, del resto, può scegliere di prendere il primo volo per la destinazione che più gli aggrada. Tuttavia, appurato il valore plurisecolare e millenario della cultura greca, sorge spontanea una domanda: che ne è rimasto? E soprattutto, cosa rimane di quello spirito antico, lo stesso che ci ha fatto dono dell’Iliade e dell’Odissea, dell’Edipo Re e delle Baccanti, di Prassitele e Fidia, di Zenone, Socrate e Aristotele, nel paese che più di tutti in Europa ha risentito delle durissime sferzate della crisi economica?
Questa domanda mi ha accompagnato per tutta la mia permanenza nel capoluogo attico.

Cominciamo appunto parlando della crisi: prima di partire, come buona creanza per chiunque abbia il piacere di viaggiare, ho voluto informarmi sullo stile di vita che conducono gli ateniesi nella loro quotidianità, e mi sono documentato sui vari comportamenti da tenere e da evitare per godermi il soggiorno senza incappare in spiacevoli disavventure. Ma alcune voci che sentivo e alcuni articoli che leggevo, non lo nascondo, mi avevano spaventato: alcuni parlavano di Atene come una sorta di covo di banditi, una terra di nessuno in cui regnavano delinquenza, criminalità, spaccio e degrado. Ma una volta atterrato all’Eleutherios Venizelos e dopo aver alloggiato per una settimana al Pireo, posso dire di non aver riscontrato alcun problema, né ho mai avvertito la sensazione di trovarmi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ovviamente non dico che in Grecia non esista delinquenza, ma ci tengo a precisare che tutte le voci che mi avvertivano di tenere gli occhi aperti ad ogni ora del giorno si sono rivelate alquanto esagerate. Quel che invece ho visto con i miei occhi sono il degrado e la povertà: non fraintendetemi! Non ci sono favelas, barboni ubriachi e rissosi o bambini malconci, ricoperti di stracci che giocano per strada a piedi nudi. Ma ogni volta che salivo sulla metro di Atene (che, ci tengo a sottolineare, per molti versi funziona meglio, ma molto meglio, dell’ATAC di Roma…) mi ritrovavo circondato da almeno una mezza dozzina di accattoni e mendicanti che tentavano di strapparmi uno spiccio ad ogni costo. Inoltre alcune zone della città sono visibilmente trascurate e abbandonate alla più turpe incuria, rendendole assolutamente indegne del magnifico sfondo, quello dell’Acropoli che si erge fiera in lontananza, che le incornicia. Su questo dettaglio vorrei spendere qualche parola in più: quello che più mi ha impressionato è stato vedere quartieri pittoreschi, colorati e vivaci, in cui risuonavano le note di musica rebetika a tutte le ore del giorno alternarsi (a distanza di pochi, pochissimi metri!) a zone diroccate, sporche, dimenticate, con miglia e miglia di negozi e condomini interi abbandonati, pieni di calcinacci, su cui campeggiava a caratteri cubitali la scritta ΠΩΛΕΙΤΑΙ (poleitai, “vendesi”) posta lì come una bandiera bianca, un avvilente segno di resa da parte di chi, messo in ginocchio dalla crisi e dalle spese sempre più onerose e asfissianti, è costretto a cedere. Per renderci conto della gravità della crisi economica, mi è bastato venire a conoscenza di due semplici dati: il primo è che lo stipendio mensile di un lavoratore greco medio per 40-48 ore settimanali oscilla tra i 700-900 euro; l’altro, forse ben peggiore, è che in Grecia l’IVA in negozi e in supermercati è del 24%.

Risultati immagini per poleitai athens

La scritta ΠΩΛΕΙΤΑΙ (“vendesi”) è purtroppo onnipresente ad Atene…

 

Una trireme e il busto di Pericle sono il simbolo del dèmos (comune) del Pireo, un tempo porto in cui veniva allestita la famigerata flotta ateniese.

Questo non vuol dire che Atene sia una specie di Malawi o una forma più espansa di un sobborgo malfamato di Rio de Janeiro: zone come la Plaka, Monastiraki, Thissìo, Victoria e Omonia sono affollate, vivaci e colorite ad ogni ora del giorno, e sono la più sublime espressione dello spirito greco che questa città ha da offrire. La città del resto pullula di Starbucks, McDonald’s, KFC, caffetterie, gelaterie, pub e birrerie in cui i Greci stessi amano passare il loro tempo libero seduti a mangiare o a sorseggiare una bibita. Insomma, parliamo di una città che ha molto poco da invidiare alle altre grandi metropoli europee. Per un turista poi, i prezzi ateniesi sono più che vantaggiosi: per quanto mi riguarda, posso testimoniarvi che mangiare una moussakà e una ricca insalata greca con tanto di feta all’ombra dell’Acropoli spendendo poco meno di 10 euro è un’esperienza a dir poco sensazionale.

Ma torniamo alla domanda iniziale: come sopravvive lo spirito antico nell’Atene della crisi economica? Intendo dire: i Greci del 2018 quanto sono consapevoli di discendere da una civiltà da cui ne ha tratto beneficio il mondo intero? Quanto sono consapevoli che ogni cultura dalla fine del classicismo a oggi ha sempre sentito l’esigenza di emulare, attingere e confrontarsi con quei grandi che hanno calpestato la loro stessa terra?

Nella vita di tutti i giorni, in Grecia sono ben visibili i “lasciti” dell’antichità greca: strade e negozi in tutta Atene e in tutto il Pireo (il porto da dove un tempo salpava la temibile flotta della pòlis di Atene) conservano un’onomastica e una simbologia che sono chiaramente da ricollegare ai fasti del passato. I comuni dell’Attica che duemila anni fa, ad esempio, costituivano la suddivisione territoriale di Atene sono tutt’oggi chiamati (sebbene con un significato diverso) con lo stesso termine con cui erano appellati all’epoca: demoi.

Culturalmente parlando, anche se sono sicuro che questa sia una mia impressione, sono convinto che nei Greci di oggi sia rimasto il valore della xenìa, di quella sacra ospitalità e amicizia nei confronti dei viaggiatori e nei viandanti che contraddistingueva gli uomini dell’età delle città-stato. I Greci stessi sembrano aver conservato quell’animo sempre forte e determinato, ma allo stesso tempo anche goliardico e sanguigno, che nemmeno la crisi riesce a scalfire. Tra un museo, una moussakà, una scarpinata sull’Aeropago e un pita gyros, ho avuto modo di vedere tutte le bellezze di Atene, dalle più antiche (quali la celeberrima Acropoli e l’antica agorà) fino alle bellissime Monastiraki e Plaka, centri simbolo della movida ateniese e ritrovo dei più giovani.

Dell’Atene antica di intero è rimasto poco, molto poco rispetto a quanti bellissimi edifici e santuari ci riportano gli antichi trattati come quello di Pausania il Periegeta e i versi dei grandi tragici che in un modo o nell’altro ricollegavano i miti del passato alla gloria di Atene. Lo stesso Partenone, che agli occhi dei visitatori si presenta mutilo, spogliato dei suoi fregi e ricoperto di impalcature e ponteggi, sembra poca roba se confrontato con i meglio conservati e più suggestivi templi magnogreci di Paestum, Selinunte e Agrigento. Eppure, ogni luogo visitato nella capitale greca era per me un’emozione intensa, che quasi sfiorava la sindrome di Stendhal. Ma non perché fossi rapito da quello che i miei occhi vedevano (anche perché quei pochi edifici antichi rimasti ad Atene sono frammentari e a volte ricostruiti alla bene e meglio), ma perché a renderli speciali e unici nel loro genere era la loro importanza storica e culturale. Prenderò come esempio il teatro di Dioniso, situato ai piedi dell’Acropoli: della struttura rimane solo la base della skenè e l’orchestra (il palcoscenico) e una piccola, minuscola parte degli spalti e delle gradinate per il pubblico. Niente di che in confronto ai più integri e spettacolari teatri di Epidauro e Siracusa. Ma quello che distingue il Teatro di Dioniso è proprio il suo valore intrinseco, il suo inestimabile valore culturale: perché proprio lì andarono in scena per la prima volta capolavori come l’Antigone, l’Aiace, l’Alcesti, I Persiani e l’Orestea, e fu lì che si espresse a pieno il genio tragico di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Solo in quel teatro è possibile sedersi sugli scalini, chiudere gli occhi e immaginare l’euforia e la passione delle Grandi Dionisie, e pensare che quello è lo stesso posto dove un tempo si sono seduti i grandi dell’antica Atene: Pericle, Policleto, Fidia, Alcibiade, Socrate, Aristotele… D’altronde, la legge ateniese parlava chiaro: durante le Grandi Dionisie tutti (ma proprio tutti) dovevano andare al Teatro, e chi non poteva permetterselo otteneva un biglietto offerto dallo Stato stesso.

Per comprendere l’unicità e la magia di questo posto, provate a immaginare al centro della scena uno sciame euforico di Baccanti gaudenti o un coro di anziani o di soldati…

Neanche i ponteggi e le travi di ferro riescono a indebolire il suggestivo fascino del Partenone…

Del resto, i musei di Atene conservano i più preziosi cimeli della cultura classica: la “maschera di Agamennone”, lo Zeus di Capo Artemisio, il meccanismo di Ancitera e il fantino di bronzo sono solo alcune tra le più belle opere presenti all’enorme e magnifico Museo Archeologico Nazionale di Atene, situato in zona Victoria, non molto lontano dalla celebre Piazza Omonia. Eppure, ahimè, sono costretto a riportare un paio di episodi accaduti proprio in quel museo a mio dire non proprio confortanti, e parlo sia da classicista che da turista. La catalogazione del museo lascia a desiderare: non vi sono mappe o infografiche che informano i visitatori sull’ubicazione delle opere più importanti. Quindi i turisti si ritrovano a camminare lungo le ali e le stanze del museo finché non “incontrano” i reperti per cui hanno deciso di entrare. Da una parte questa scelta riserva un’affascinante “effetto sorpresa” (sicuramente passeggiare da una stanza all’altra e ritrovarsi d’un tratto di fronte al Cronide di Capo Artemisio in tutta la sua possanza ha il suo fascino!) ma d’altro canto può creare (come nel mio caso) un senso di smarrimento. E così, dopo aver terminato il percorso di entrambi i piani del museo, di fronte all’uscita mi accorgo di non aver visto tre opere, non di vitale importanza, ma sicuramente di grande interesse: nell’ordine mi riferisco alla Coppa Micenea che Schliemann chiamò “Coppa di Nestore”, alla Tavoletta di Ninnion (stele raffigurante una scena di Misteri Eleusini) e al Diadumeno (copia di una statua di Policleto ritraente un atleta nell’atto di cingersi la fronte con una benda della vittoria). Tornato indietro, provo a cercare queste tre opere… senza successo. Rassegnato, chiedo indicazioni alle guide e al personale del museo: mi spiace dirlo, ma un vero disastro. Alcuni mi dicevano di andare al piano di sopra, altri di andare al piano di sotto, c’era chi mi indicava una stanza e chi un’altra, altri ancora facevano finta di non capire il mio inglese allontanandosi e simulando di avere altri impegni. Dove erano collocate queste opere, alla fine della fiera? La Coppa di Nestore era nella Sala dedicata all’arte micenea (non c’era alcun cartello o indicazione che la segnalasse, ma c’era). La Tavoletta eleusina l’ho trovata poi al Museo dell’Acropoli in mostra per un’esibizione temporanea dedicata ai Misteri Eleusini (e ad oggi mi sembra assurdo che nessuno al Museo Archeologico Nazionale di Atene sapesse che quel reperto era stato prestato). E il Diadumeno? C’era anche lui, ma relegato all’uscita, spostato provvisoriamente vicino a un magazzino, in attesa di trovare una sistemazione definitiva. La sensazione che ho provato in seguito a questa serie di esperienze è di noncuranza, quasi (e so di usare un termine forte) di menefreghismo. Come di non piena consapevolezza della ricchezza del patrimonio presente in quel museo: il personale dell’Archeologico di Atene mi ha dato la sensazione di essere lì a “badare” a quei reperti piuttosto che a custodirli con sacrale gelosia. Può essere questo un indicatore d’indifferenza verso la cultura antica da parte dei Greci contemporanei? Spero di no.

Il Diadumeno abbandonato vicino al magazzino dei souvenir è stato veramente un colpo al mio cuore da classicista.

Ad Atene mi incontro con un mio caro amico ellenico, Andreas. Lui è di Tripoli, nel Peloponneso, ma conosce Atene come le sue tasche. Sa parlare abbastanza bene l’italiano, e mi guida per dei bellissimi scorci ad Atene: insieme scaliamo il colle del Mouséion, su cui campeggia il gigantesco monumento di Filopappo. Dopodiché mi conduce alla Pnyx, la sede dell’Ekklesìa, lì dove nacque nella sua forma primordiale quella che oggi chiamiamo democrazia. Ci sediamo su una panchina posta su un belvedere: siamo circondati da ulivi e accarezzati da una leggera brezza, e di fronte a noi abbiamo l’Acropoli in tutta la sua maestosità. Gli pongo la fatidica domanda: “Cosa è rimasto di quel mondo antico nell’Atene della crisi?” Lui mi guarda spaesato per qualche secondo. Forse non ha capito la domanda o forse non se l’aspettava. Provo a spiegarmi meglio: “I Greci sanno di discendere da quegli uomini che hanno donato al mondo la filosofia, l’arte, il gusto del bello, il potere della parola, i canoni della letteratura e il senso della giusta misura? Sanno di appartenere a una civiltà che è alla base della cultura occidentale?”   
Lui storce il naso e le labbra. Sa che la risposta che sta per darmi potrebbe non piacermi.             
“Di base i Greci di oggi sono contenti e abbastanza fieri di discendere dai Greci antichi. Il problema è che di quella cultura non sanno molto. Sanno che i reperti che si trovano nei Musei hanno un certo valore, ma se poi gli dici una frase famosa di un filosofo qualunque, non sanno nemmeno di cosa stai parlando.”          
Il nostro diventa anche un discorso identitario. Andreas mi fa notare:    
“Probabilmente sono molti pochi i Greci che geneticamente discendono dagli antichi Greci. In duemila anni abbiamo avuto i Bizantini, i Veneziani, gli Ottomani, i Turchi… e anche la recente immigrazione ha influito. Nel senso d’identità greco i Greci si sentono Greci nel senso moderno del termine.”    
Andreas comincia a parlarmi dei problemi della Grecia, e finiamo a parlare anche di Alexis Tzipras, il primo ministro greco per cui sia Andreas che molti altri Greci provano un certo rancore. Ecco, la politica è forse uno degli aspetti più particolari della società greca. Non mi sono particolarmente documentato sulla situazione politica greca, ma i miei occhi possono fornire una particolare divisione: per quel che ho visto, in Grecia è particolarmente acceso il dibatto tra i comunisti e i fascisti. Non sinistra radicale e destra estrema, parlo di comunisti e fascisti. Almeno sui muri e sui volantini di tutta Atene e di tutto il Pireo era questa la sensazione che si avvertiva. Su diversi graffiti e cartelloni sparsi per la città venivano pubblicizzati convegni, raduni, presentazioni di libri ed eventi che avevano come tema il marxismo, la difesa del proletariato e l’economia comunista. Ma a distanza di pochi metri compariva anche lei, Χρυσή Αυγή, Alba Dorata. Alba Dorata è un partito d’estrema destra euroscettico, e può essere considerato la versione in salsa greca di Casapound o di Forza Nuova, ma con simpatie naziste molto più spiccate. Tuttavia il partito non si dichiara naziskin o neonazista, dal momento che sulla carta appare come un movimento identitario e nazionalista, sebbene diversi episodi di razzismo e xenofobia e alcune dichiarazioni del leader Nikólaos Michaloliákos mostrino il contrario. Tra i volantini di Alba Dorata che mi sono ritrovato tra i piedi, ve n’era uno che reclamava la Macedonia come territorio greco e un altro in cui si chiedeva l’espulsione dei Turchi dai confini ellenici.

Questo volantino firmato Alba Dorata recita: “Fuori i Turchi dall’Egeo”. Un messaggio che non ha bisogno di interpretazioni…

Per farla breve, lo scontro tra destra e sinistra in Grecia si articola sul dibattito sociale ed economico: la sinistra è fondamentalmente europeista, mentre la destra vorrebbe puntare all’autarchia e accusa l’UE di aver affamato la nazione.
Ma la situazione politica come si ripercuote nella mia indagine?              
Andreas mi spiega:        
Se tu venissi a vivere ad Atene e sposassi una donna greca, se lei avesse degli amici di sinistra che venissero a sapere che tu ami leggere il greco antico e le opere classiche, probabilmente quelli penserebbero che sei fascista.”
Mi viene subito in mente che in Italia la situazione non è molto diversa: l’estrema destra italiana (citavamo prima Casapound e FN) tendenzialmente si avvale di simboli identitari, che a loro volta richiamano l’epoca fascista. In alcuni quartieri come Ostia, dove la presenza dell’estrema destra è considerevole, ad esempio compaiono manifesti e volantini con opliti, centurioni, aquile romane, legionari e gladiatori. Simboli che, astratti dal contesto politico, chi è di sinistra non riesce a digerire in nessun altro scenario: va a finire che l’aquila romana non è più lo stendardo delle legioni che crearono il più maestoso di tutti gli Imperi, ma il simbolo del Duce, e i legionari finiscono per essere una rappresentazione ante litteram delle camicie nere.

Continuo la mia visita per la bellissima capitale greca. Il tempo non è dei migliori: giornate di pioggia fitta si alternano a giornate calde da clima estivo. Ma questo non m’impedisce di godermi Atene in tutto il suo splendore. Assisto al cambio della guardia a Piazza Syntagma, mi strafogo di pita gyros e falafel e giro tutti i musei presenti nella capitale. Ciò che mi ha sorpreso della Grecia è la sua funzionalità, da cui l’Italia ha solo da imparare. Di mio ritengo odiosi i ragionamenti da “Paese della cuccagna”, e ho sempre avuto in antipatia le persone che incensano gli altri paesi solo per screditare il nostro paese, ma mi ha molto sbalordito vedere come, nonostante la crisi, i Greci riescano a gestire le grandi file e le scartoffie burocratiche senza far passare tempi biblici.  “Ma tutte le più belle cose durano un giorno come le rose”, mi tocca dire, parafrasando il mitico Faber. La settimana finisce, e arriva il triste, tristissimo momento di tornare. La mia esperienza ad Atene rimane indimenticabile. La capitale greca offre emozioni in ogni angolo di strada, e i Greci stessi affrontano la vita con la stessa tenacia dei loro antenati, nonostante i visibili danni della crisi economica. I Greci sono molto affezionati alle loro usanze, ma nel paese è sensibile il conflitto interiore tra custodia delle tradizioni e necessità di rinnovo e cambiamento. Ma il capoluogo attico rimane una meta turistica che non ha nulla da invidiare a località più di tendenza. 
I Greci del 2018, del terzo millennio e dell’era dei social network devono solo essere leggermente più consapevoli di discendere da uomini come Pericle, Leonida, Platone, Temistocle Alessandro e da tutti quei loro grandi conterranei che hanno rivoluzionato la cultura occidentale e la società odierna come pochi hanno fatto nel corso dei secoli. Ma questo nella speranza che l’orgoglio greco sia sempre più forte di tutto, anche della crisi.

                                                                                                                                                                                                                             Michele Porcaro

N.B. Tutte le foto presenti nell’articolo sono state scattate dall’autore del suddetto. Possono essere pubblicate altrove solo se accompagnate da una citazione o un qualunque riferimento all’autore che ne detiene i diritti.

P.S. Questo era un dettaglio troppo bello per non trovare spazio in quest’articolo. Stazione Monastiraki, una delle più affollate e importanti di Atene. I tornelli sono aperti, ma tutti (ma proprio tutti) comprano e obliterano il biglietto sia all’entrata che all’uscita. Persino quelli che entrano in metro per chiedere l’elemosina! Proprio come a Rom… ah, no…