Vi hanno sempre parlato di Halloween come di una festa pagana, derivata da antiche celebrazioni celtiche. Ma anche gli antichi Greci avevano una loro versione della festa più spaventosa dell’anno!

È la notte del 31 Ottobre: le zucche sono intagliate, le caramelle e i cioccolatini ben sistemati nelle ciotole e i bambini, travestiti da streghe, vampiri e mostri, sono pronti a infestare le strade al grido di “Dolcetto o scherzetto?”. È la festa di Halloween, dall’inglese “All Hallow’s Eve”, la Vigilia di Ognissanti, ricorrenza in cui si esorcizza il male ridicolizzandolo. Per i Gaelici e i Celti d’età precristiana, la festività di Samhain (di cui Halloween è il diretto successore) segnava la fine definitiva del periodo di raccolto e l’arrivo dei primi freddi. Il collegamento con la morte (e con i morti) era dato dal fatto che Samhain rappresentava il passaggio dall’estate all’inverno, allegoria naturale della transizione dalla vita alla morte: in quest’occasione, la credenza popolare era quella che la barriera che divideva il mondo dei vivi da quello dei morti si assottigliasse, portando gli spiriti a camminare sulla terra. In ogni caso, dopo l’istituzione di Halloween nel mondo anglo-sassone, la festa è diventata quello che conosciamo oggi: la notte delle streghe, la festa delle zucche, la sera in cui la paura diventa baldoria.

I detrattori di questa festa solitamente attaccano Halloween, chi perché intravede in questo una celebrazione del male e dell’esoterismo, e chi perché ritiene inutile accogliere nelle nostre ricorrenze una festività che non appartiene alle nostre tradizioni. Smentire i primi è facile: far vestire il proprio pargolo da diavoletto o da Frankestein non lo renderà un adepto di alcuna setta, non abbiate paura! Contraddire invece i “puristi” dei nostri usi e consumi è altrettanto semplice, ma richiede una spiegazione più approfondita: Halloween ha cominciato a essere festeggiato in Italia grazie a film, cartoni animati e serie televisive, per lo più americane, che mostravano scene di bambini spensierati che si divertivano a riscuotere dolcetti e zuccherini al grido di “Trick or Treat?”, ma in verità in piccole città e comunità di ogni regione d’Italia esistevano già festività o sagre festeggiate il 31 Ottobre (o tra l’1 e il 2 Novembre) che sbeffeggiavano il maligno, gli spiriti dei defunti e il mondo dell’occulto, con tanto di zucche e dolciumi. Ma molte di queste feste traggono le proprie radici da tradizioni antichissime, di cui sebbene a volte le fonti letterarie o epigrafiche rivelino poco, ne rimangono le tracce nelle nostre usanze. È questo il caso delle Antesterie, una festività greca che in molti suoi aspetti ricorda l’attuale e anglosassone Halloween. Ovviamente ci sono grandi e notevoli differenze, e parlare di un esatto corrispondente ellenico di Halloween sarebbe sbagliato, ma se non altro è la prova (proprio come il Dia de lo Muertos messicano o come, sempre in tempi antichi, i Parentalia latini) che in numerose culture esistono o esistevano celebrazioni legate al mondo dei morti e degli spiriti.

Le Antesterie erano una festività ionica, celebrate in particolar modo ad Atene. Il primo giorno di festa, detto Pithoigìa, i cittadini potevano spillare gli otri di vino pigiato nei mesi precedenti e berli in compagnia come in una sorta di banchetto comune. A questa celebrazione potevano prendere parte anche gli schiavi e i bambini, e a questi ultimi era possibile far assaggiare il vino per la prima volta. Già dalla durata e dalla data di ricorrenza possiamo individuare alcune differenze con Halloween: se la festa delle streghe dura solo la notte del 31 Ottobre, le Antesterie vantavano invece una durata di tre giorni, più precisamente tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, se prestiamo fede al calendario ionico-attico. Se Senhaim/Halloween è la data che segna il passaggio tra l’estate e l’inverno, le Antesterie erano l’esatto contrario e rappresentavano invece la celebrazione della rinascita della natura. Punto in comune che d’altro canto presentano ambo le festività è la credenza che i morti e gli spiriti ritornassero sulla terra durante le celebrazioni della festa. Nello specifico, gli Ateniesi credevano che le anime defunte uscissero dalle loro tombe perché attirate dal profumo intenso del vino spillato durante la Pithoigìa. Proprio per questo motivo, gli Ateniesi blindavano i templi e i santuari, onde evitare che i Cari (le anime in pena degli antichi abitanti della regione) infestassero e contaminassero le are dedicate agli dèi. Unico nume a cui i fedeli potevano rivolgersi era Dioniso, dio del vino e patrono della festa, personaggio che presenta molti tratti in comune con “l’halloweeniano” Jack O’ Lantern, a cominciare dal fatto che entrambi sono patiti dell’ebbrezza (uno è il dio del vino, l’altro era in vita un ubriacone irlandese) ed entrambi sono legati da riti e culture agresti antiche.

Il secondo giorno delle Antesterie era dedicato alla sacra processione, che trasportava una statua di culto di Dioniso dal Ceramico all’antico santuario di Dioniso delle Paludi (unico tempio accessibile e aperto solo durante le Antesterie) attraversando la città. Durante la processione era permesso il più goliardico scambio di scherzi e di lazzi dai carri in mezzo alla folla travestita e mascherata. Esatto, proprio come ad Halloween, già allora la gente si mascherava durante una festività in cui si credeva che le anime dei defunti potessero uscire dalle tombe! Non trovate che la storia, con i suoi corsi e ricorsi, sia così affascinante?

E se in TV vediamo le case degli americani e degli inglesi addobbate con candele, zucche, lanterne e lenzuoli usati a mo’ di fantasmini, le dimore degli antichi Greci erano ornate di biancospino, tirso ed edera, e gli stipiti delle porte venivano cosparsi di pece e bitume dal momento che, secondo la credenza attica, questa mistura teneva lontano le anime dei morti dalle loro case.
Sul finire della festa, le donne cuocevano delle focacce dolci glassate al miele e contenenti al loro interno i semi di ogni tipo di frutto, chiamate “panspermìa” (da πᾶν, pàn, forma neutra di πᾶς pàs, ovvero “tutto”, e σπέρμα, spèrma, “seme”). Queste tortine venivano dunque offerte ai morti per placare la loro furia e a Hermes Ctonio Psicopompo, il messaggero degli dèi che in questo caso svolgeva la funzione di accompagnatore delle anime verso l’Aldilà. Insomma, a fare “dolcetto o scherzetto” in Grecia erano i morti. Dopo essere stati rimpinzati con leccornie dolci, gli spirti erano invitati a lasciare la terra dei vivi, al grido di:
“θύραζε κῆρες, ούκ ἔνι Ἀνθεστήρια!”

Ovvero: “Andatevene, Cari. Sono finite le Antesterie!” 
Insomma, era l’urlo che sanciva la fine della festa e il ritorno alla quotidianità.

Alcuni di voi staranno protestando, rimproverando alle Antesterie greche la mancanza di quell’elemento di paura e terrore che invece contraddistingue la festa delle zucche e degli scheletri. Ebbene, allora lasciate che vi racconti una storia di terrore direttamente dall’antica Grecia. Durante l’ultimo giorno delle Antesterie, prima che venisse pronunciata la formula che serviva a scacciare gli spiriti, veniva celebrata la festa dell’Altalena, che richiamava il mito di Erigone: il suo nome può essere sconosciuto alle orecchie di molti, e nella mitologia di certo non gode della stessa fama di altri personaggi famosi del calibro di Zeus, Athena o Achille, ma la sua storia presenta tratti molto macabri. Erigone era figlia di Icario, uno dei pochi mortali a cui Dioniso aveva fatto provare il vino e aveva insegnato a coltivare la vite. Quando Icario fece assaggiare agli ateniesi il vino, i suoi concittadini, notando gli strani effetti della ubriacatura, temettero di essere stati avvelenati e perciò uccisero il povero Icario. Quando Erigone scoprì la tragica fine di suo padre, decise di impiccarsi a un albero, proprio a fianco il corpo senza vita ed esangue di Icario. A questo punto, la storia comincia a tingersi di una venatura inquietante: colte da un raptus di follia, tutte le donne ateniesi, una ad una, cominciarono a imitare il gesto di Erigone, impiccandosi e riempiendo tutta Atene di cadaveri penzolanti appesi ad ulivi. Gli uomini, spaventati a morte, decisero di chiedere all’oracolo di Delfi un rimedio alla moria delle giovani ateniesi. Il dio Apollo, tramite la sua sacerdotessa, spiegò loro che questo era il modo con cui lo spirito di Erigone si vendicava di quelle persone che avevano ucciso suo padre. Occorreva a questo punto placare la furia dell’entità, e la Pizia di Delfi non tardò a suggerire il rimedio: una volta l’anno, sugli stessi alberi su cui le giovani si erano impiccate, andavano appese delle altalene su cui le giovani potevano dondolarsi. Questo loro rimanere sospese per aria replicava (almeno ideologicamente) quella sospensione che fu fatale a Erigone, e con il loro oscillare, le giovani espiavano di anno in anno l’antica colpa dei loro antenati.

Insomma, nonostante i parallelismi e le differenze, le Antesterie ci dimostrano che le usanze si tramandano e si susseguono; e la storia, seppur con altri nomi e con altre facce, in un modo o nell’altro si ripete sempre, testimoniando che anche le tradizioni che noi reputiamo moderne in realtà traggono le loro radici da consuetudini antichissime.

Buon Halloween a tutti, e mi raccomando: non fate indigestione di dolcetti!

                                                                                                                                         Michele Porcaro