Storie dall'Italia

Ansia, stress e panico: il peso psicologico della quarantena

Gli effetti collaterali del lockdown incidono non solo sull’economia, ma anche sulla salute mentale. La parola agli psicoterapeuti

Roma – L’emergenza epidemiologica dovuta alla incontrollabile diffusione del Coronavirus, divenuta presto una pandemia, è stata affrontata da un gran numero di stati con una serie di misure che rientrano tutte sotto la dicitura “distanziamento sociale”. Spostamenti autorizzati solo in situazioni di estrema necessità, didattica a distanza, spazi pubblici blindati, divieto di assembramento, lavoro “smart” direttamente da casa, sono solo alcuni dei numerosi aspetti che hanno rivoluzionato la società da circa due mesi. Gli Italiani (e non solo) vivono ormai chiusi nelle pareti domestiche, una condizione che è a tutti gli effetti un unicum nella storia della nazione. Oltre al devastante impatto economico delle misure adottate, le conseguenze sono forti anche sul piano psicologico dei singoli individui ad ogni livello della comunità. Ancor più di prima, i professionisti che lavorano nell’ambito della salute mentale giocano un ruolo importante negli equilibri sociali. Il 10 aprile il presidente Giuseppe Conte ha annunciato in diretta nazionale l’elaborazione di una taskforce di esperti, guidata da Vittorio Colao, che supporterà il Governo nelle linee di azione per la “fase 2” della pandemia, ovvero quella di agognata ripartenza, di cui farà parte anche Elisabetta Camussi, psicologa e docente di Psicologia Sociale all’Università di Milano Bicocca.

Ansia, nervosismo, panico, depressione. Gli effetti collaterali della clausura forzata sono numerosi e allarmanti. Le evidenze scientifiche non sono ancora ufficiali, poiché ricerche in questo campo sono in corso. Le prime ipotesi emergono ora, a due mesi dall’inizio della diffusione europea del virus, tuttavia alcune indagini sono state svolte sulla base dei dati raccolti in occasione dell’epidemia di SARS che ha devastato l’Oriente tra il 2002 e il 2004. Un’indagine pubblicata sulla rivista specialistica Psychiatric Service nel 2004 ha evidenziato che ben 338 dei membri di un’equipe di Taiwan a seguito della quarantena hanno subito disturbi acuti da stress, stati d’ansia e insonnia. Risale invece al 2009 l’esito di una ricerca sviluppata nello stesso contesto ed edita dal Canadian Journal of Psychiatry che ha denunciato la presenza di sintomi legati alla sindrome da stress post-traumatico in 500 operatori del sistema sanitario che hanno lavorato attivamente durante l’epidemia di SARS. Sulla rivista medica The Lancelet è stata pubblicata una rassegna di più di venti studi sulla quarantena esito di analisi relative a varie epidemie mondiali (dalla SARS, alla MERS, all’ebola). Aspetto comune dei numerosi articoli citati è l’allarme relativo al peso dell’isolamento sulla nostra salute mentale. L’uomo è un animale sociale che non pare ben tollerare la condizione di costrizione senza rischiare il tracollo emotivo. Aspetti questi che non sono sfuggiti all’INAIL (ovvero l’ente pubblico che ha di salute e sicurezza in ambito lavorativo), ha pubblicato l’11 aprile una serie di indicazioni procedurali e strumenti per l’attivazione di servizi di supporto a coloro impegnati in ambito medico nell’emergenza Covid. In misura variabile, le strutture sanitarie di tutta la nazione hanno all’attivo servizi di supporto al personale. L’ente ha attivato la casella di posta elettronica supportopsicosociale.covid19@inail.it, con cui i ricercatori psicologi dell’INAIL forniscono un servizio informativo dedicato principalmente ai colleghi impegnati nelle attività di supporto di medici e infermieri a rischio burn-out.

L’intervento di psicologi e psicoterapeuti è dunque ora più importante che mai, ma la condizione di lockdown limita con forti conseguenze la mobilità dei professionisti, impedendo lo svolgimento di terapie svolte in praesentia. «Il momento che stiamo vivendo ha avuto una forte incidenza sulla nostra professione, non so quando riusciremo a tornare alla normalità lavorativa, e questo ritardare del tempo avrà importanti effettivi negativi. Più passerà il tempo, più ci troveremo tra le mani una società dilaniata. Adesso ricevo sempre più spesso chiamate di pazienti ad ogni ora del giorno e della notte in preda al panico, all’ansia, al pianto», avverte Mariella Della Porta psicologa e fondatrice del “Centro del disagio psicologico e lavorativo , «fare psicoterapia a distanza non ha lo stesso effetto che farla dal vivo. Quando si lavora insieme al paziente, insieme fisicamente, si ha la possibilità di vedere l’emozione dell’altro, il non verbale, di capirne gli stati d’animo». Dubbi e perplessità delle effettive potenzialità delle video-terapie sono molti, precisa Giacomo Rindonone, anche lui psicologo e fondatore dello studio associato: «In tempi non sospetti, quando ancora non vivevamo l’attuale crisi, una mia paziente usava alternare le terapie via skype con quelle in presenza. Eppure ogni tanto sentiva il bisogno di tornare, mi chiamava e mi chiedeva urgentemente un appuntamento in studio. Sono gli stessi pazienti che avvertono la necessità di un incontro e un confronto che si svolga guardandosi negli occhi, dal vivo. È difficile per loro, ma lo è anche per noi psicologi. Non siamo stati formati per fare terapia video. Un semplice esempio: chi fa analisi freudiana segue un particolare iter terapeutico in cui il paziente è sdraiato e lo psicanalista è seduto alle sue spalle: come riprodurre una dinamica del genere in un non luogo come l’Internet?».

L’impegno dei terapisti è sempre più alto. In tutte le regioni italiane sono aperti progetti per il supporto psicologico non solo rivolti a chi lavora in ambito sanitario e dunque subisce un forte stress quotidiano, ma anche ai cittadini che vivono una situazione di sospensione. Sul sito del Ministero della Salute sono stati pubblicati i numeri utili da poter contattare gratuitamente se si è alla ricerca di un supporto. «Quello che viviamo è un momento di anestesia globale, pausa esistenziale, sembra quasi un sogno», spiega Giacomo Rindonone, «chiusi dentro casa vediamo ogni giorno immagini di città vuote, spettrali, come non le abbiamo mai viste prima. Costretti in una condizione di impossibilità, dobbiamo fare cose che, presi dalla frenesia della vita, non abbiamo mai fatto. Viviamo un continuo viaggio introspettivo, ma stare da soli con sé stessi non è facile». Non lo è, specifica la sua collaboratrice, soprattutto quando nella condizione di quarantena non si è entrati in maniera positiva, quando a precedere la chiusura mancava già un equilibrio interiore o erano già presenti patologie conclamate collegate alla psiche. In questi casi la situazione è ancora più complessa sia per gli individui che per le loro famiglie. L’impatto è forte anche per l’impossibilità di elaborazione del dramma collettivo tramite ritualità che sono da sempre parte della nostra esistenza: «Il senso di colpa è in questo momento forte e lacerante per molte persone. Da un lato ci sono gli operatori sanitari che ogni giorno sono costretti a operare delle scelte importanti da cui dipendono la vita e la morte dei pazienti, dall’altro ci sono le famiglie che non possono stare al fianco dei malati, accompagnarli alla morte, e poi onorare il loro ricordo con i funerali. Sono tappe importanti dell’elaborazione del lutto che vengono a mancare e che lasciano un trauma molto forte, un vuoto da colmare».

Giacomo Rindonone e Mariella della Porta si occupano nello specifico della psicologia del lavoro, un aspetto questo su cui non si è parlato ancora abbastanza. Lo smartworking non è affare semplice per gli impiegati in ogni ambito. Quello che viene a mancare è il rapporto aziendale, l’empatia che si instaura tra i colleghi di lavoro. Seppure, diversamente da quanto avveniva in Italia prima della quarantena, sia un sistema molto diffuso all’estero, è un metodo lavorativo che raramente viene applicato in maniera isolata: «Il lavoro da casa è, in condizioni di normale svolgimento, nella maggioranza dei casi affiancato all’incontro tra i dipendenti per garantire confronto e chiarezza nei rapporti tra i collaboratori». Nella condizione in cui si è costretti a condividere spazi domestici con più membri della propria famiglia, spesso anche in spazi ristretti, si incontrano numerosi ostacoli, in primis c’è il rapporto tra genitori e figli, ma mancano anche le garanzie a difesa dei dipendenti, come può avvenire per in merito al lavoro straordinario, non regolamentato in smart-working: «Quando si lavora in ufficio si hanno degli orari ben definiti, oltre i quali c’è una maggiore retribuzione. In quarantena, la gestione del carico di lavoro in eccedenza è tutta in sfavore dell’impiegato e in favore delle aziende. Nessuno può avere pieno controllo degli orari in una situazione come questa. Il risultato è che i lavoratori non hanno più limiti e molti finiscono per sfruttare molto del loro tempo gettandosi a capofitto nello svolgimento delle proprie mansioni».

Le questioni aperte sono molte sul piano della salute mentale in questo momento di forte criticità e non termineranno con la fine del lock down. La graduale riapertura avverrà in un tessuto sociale dilaniato. I singoli individui dovranno far fronte a un processo di rieducazione allo stare in società molto complesso, difficile da attuare in maniera equilibrata senza una guida. I consigli di Giacomo Rindonone e Mariella Della Porta per barcamenarsi in questa difficile fase in cui ancora non sembra esserci uno spiraglio di libertà sono strettamente correlati alla necessità di dare sfogo alle proprie frustrazioni: scrivere le proprie emozioni, mettere su carta la propria rabbia, cercare di condividere il proprio disagio con i confidenti più intimi, provare a fare attività fisica, anche se in casa, per produrre endorfine e scaricare la tensione. Per quanto verrà in seguito sono invece molti gli interrogativi. La quarantena ha avuto e sta avendo un forte impatto anche sull’economia, ciò significa che molte famiglie non avranno a disposizione una liquidità tale da poter far fronte alle spese di una terapia psicologica, seppure esistano consultori e strutture di supporto destinate a persone in condizione di povertà. Terminata la fase critica in ambito ospedaliero, non saranno più medici e infermieri a rischiare il burn-out, ma i professionisti della salute mentale, il cui ruolo sarà cruciale nella ridefinizione degli equilibri sociali.

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Serena Mauriello

Dopo aver insegnato lettere nelle scuole superiori, Serena Mauriello è attualmente dottoranda in Italianistica presso l'Università la Sapienza di Roma. Suoi contributi sono stati pubblicati su importanti riviste specialistiche come Rivista di Studi Italiani o Bollettino di Studi di Italianistica. Ha partecipato attivamente a convegni e seminari sul Medioevo italiano. Nel ambito del giornalismo, scrive principalmente di cultura e società.

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