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Anna Giurickovic Dato: essere scrittrice ai tempi del Covid-19

L'autrice del romanzo "La figlia femmina" sarà presto nelle librerie con un nuovo lavoro. Da Parigi, il racconto della sua quarantena

Roma – Con Anna Giurickovic Dato sono anni che ci rincorriamo. L’occasione per la nostra intervista è arrivata ora, stranamente, durante l’emergenza Covid-19.

Classe 1989, nata in Sicilia ma residente a Roma, Anna è una delle giovani promesse della letteratura italiana. Molti già la conoscono per il suo primo libro, pubblicato da Fazi Editore nel 2017. Un’opera che si è rivelata un successo sia di pubblico che di critica, dal titolo La figlia femmina. Tra qualche mese, però, la scrittrice è pronta a far ritorno nelle librerie col secondo romanzo, in parte autobiografico.

Ce l’abbiamo fatta finalmente. Come stai e cosa hai fatto durante la quarantena?

Bene. Il 28 febbraio mi sono addottorata in diritto amministrativo alla Sapienza di Roma, e in seguito ho pensato bene di fuggire a Parigi per iniziare un corso di perfezionamento della lingua francese. Appena sono arrivata in Francia, a marzo, hanno poi chiuso tutto. Nonostante la situazione generale ho deciso di trascorrere qui tutto il periodo della quarantena. Avrei dovuto lavorare all’editing del nuovo romanzo, e anche ad altro in ambito giuridico. Ho potuto leggere i romanzi e i saggi che avevo trascurato nei mesi in cui preparavo la tesi di dottorato. Ora sto organizzando il ritorno in Italia.

La scrittrice Anna Giurickovic Dato

Il tuo secondo libro uscirà tra non molto, sempre per Fazi. In questo periodo, avendo più tempo a disposizione, è stato facile continuare a lavorarci?

Ho finito di scrivere il libro a luglio, ne sono soddisfatta e mi sembra di essere cresciuta rispetto al primo romanzo. Devo ancora terminare l’editing, come dicevo, e malgrado sia sola a casa e abbia tutto il tempo per farlo, quel che manca è la testa. Del resto è così per molti, in questo momento.

Perché?

Il tempo della quarantena è un tempo strano, inquieto, difficile da organizzare, impiegare e sfruttare. Avverto la sensazione che sia un tempo diverso dagli altri tempi morti. Non riesco a scrivere né ad editare; al contrario, sono stata assorbita dai social, tra dirette, video-consigli di lettura. Si potrebbe pensare: perché non approfittare di questo momento per immergersi in una solitudine che arricchisca, come il tempo che stiamo vivendo ci chiede, mollando per un po’ la socialità e la volatilità del web? In realtà credo che, forse, proprio perché è il tempo a chiederlo io non lo faccio. Sento il bisogno di aggrapparmi a qualche appiglio sociale, per avere la sensazione di partecipare a una dinamica collettiva, a uno momento storico che unisce, anziché separare. A ogni modo, il secondo romanzo è quasi pronto, ma non lo consegnerò prima di aver terminato la seconda stesura. Come ti dicevo, sono molto fiduciosa.

Puoi già anticiparci qualcosa?

Il secondo romanzo, a differenza del primo, ha una componente autobiografica. Racconto di un periodo molto importante e duro della mia vita, che ho vissuto due anni fa quando mio padre si è ammalato cancro al pancreas e poi ne è morto. Un momento intenso, in cui io e i miei fratelli ci siamo ritrovati a vivere spazi familiari come non avevamo mai vissuto prima. Ovviamente, nel libro c’è anche una componente di finzione, che non ripercorre la mia esperienza personale, se non, probabilmente, attraverso la manipolazione di un materiale inconscio, perché – mi sono resa conto – riformulo questioni aperte della mia vita. A un certo punto il padre rivela di aver serbato per anni un segreto che non può più tenere nascosto e che riguarda proprio i figli, il loro essere fratelli o il non esserlo. Da qui due fili narrativi: da un lato la malattia, con una presa di coscienza del passato, dei propri fallimenti, rimorsi e rancori; dall’altro, le fumosità del segreto rivelato dal padre e l’indagine per scoprire la verità.

Come hai conciliato gli studi giuridici e l’attività di scrittrice?

La domanda che mi fai racchiude uno dei problemi della mia vita. Sia formalmente, sia sostanzialmente. Formalmente, perché molte persone in ambito giuridico mi chiedono: “se scrivi, come fai a dedicarti in maniera seria alla giurisprudenza?” È una domanda che a mio parere non ha senso; semplicemente, scelgo di dedicare un certo tempo libero alla scrittura o alla lettura anziché, per dire, allo sport, alla televisione, alla convivialità. A livello sostanziale, invece, è difficile; non per il tempo a disposizione, è una questione di identità: chi sono, chi voglio essere, chi mi illudo di essere? Tuttavia c’è anche un rapporto di interdipendenza tra le mie due attività: la scrittura è, per me, una fuga nella creatività; tutto ciò che è studio e lavoro accende, come per reazione, la mia vena creativa; in vacanza, nel tempo libero, quella vena è essiccata.

Dunque, nessun contrasto insormontabile?

L’inconciliabilità, come dicevo, è identitaria: nasce quando mi lascio assorbire così tanto dall’aria letteraria e percepisco, non senza un senso di colpa, la fuga dall’aria giuridica, e viceversa. Non sono le due arie a essere inconciliabili, ma io stessa a vivere l’una in contrasto con l’altra. Come fosse un contrasto ideologico, una doppia attività che anziché caratterizzarmi, mi disintegra; la vivo in maniera sofferta, ma, alla fine, riesco sempre a conciliare.

La figlia femmina, primo romanzo di Giurickovic Dato, edito da Fazi Editore

Da bambina sognavi di fare l’avvocato o la scrittrice?

Io da bambina facevo molti incubi. Scherzo. Mia madre mi ha ricordato che da piccola giravo per casa con dei quadernini sottobraccio, dicevo che ero una scrittrice, nonostante ancora non sapessi scrivere. Questo mi ha fatto sorridere. Non ho avuto il periodo veterinario, né quello in cui volevo andare nello spazio. Ricordo di aver voluto essere avvocato, perciò, in un certo senso, i miei due sogni si sono realizzati. Un altro mio desiderio era poi quello di avere un tempo infinito per leggere e, crescendo, ho cominciato a rendermi conto dell’esiguità del tempo che mi è dato rispetto alle letture potenziali. La mia angoscia profonda non è quella della morte in sé, ma quella di lasciare libri inesplorati sulle mensole della mia libreria.

Quando hai pensato per la prima volta di poter scrivere un romanzo tutto tuo?

Al ginnasio la mia migliore amica stava attraversando un periodo di forte depressione, allora avevo deciso di dedicarle un romanzo che scrivevo a mano, sui quaderni, durante le lezioni che non seguivo. Scrissi tre, quattro quadernoni, che contenevano una narrazione improbabile, gliene regalavo uno alla volta, man mano che lo terminavo. Insomma, fu un esperimento – mal riuscito – di romanzo a puntate. Un solo gesto, la mia scrittura, conteneva due simboli: un dono e una ribellione. Le professoresse non erano di certo contente. Quella, tuttavia, fu la prima volta in cui pensai di scrivere un romanzo mio.

Uno dei tuoi racconti adolescenziali l’hai successivamente pubblicato.

Sì, una professoressa vedendo che non facevo un tubo in classe se non scrivere sui quadernoni, mi chiese di portarle, al rientro dalle vacanze, un diario. Sarebbe stato il mio unico compito di italiano, sapeva che non avrei fatto quelli “ordinari” e ebbe la lungimiranza di chiedermi quelli “straordinari”. Quell’estate lavorai come una matta, scrivevo e non andavo al mare. Scrissi un diario inventato, pura autofiction, dato che di cose interessanti ne accadevano poche, tra ripetizioni di latino, greco e matematica. A lei piacque molto e inviò alcune pagine di quel diario a un quotidiano. Solo a quel punto iniziai a credere di poter scrivere qualcosa che non fosse destinata soltanto a una migliore amica, a mia madre o a mio padre; insomma, ho cominciato a pensare che la mia scrittura potesse essere altro che una questione privata.

Torniamo alla Figlia femmina. Ti aspettavi il successo?

Non me lo aspettavo per niente, anche perché la tematica era forte, morbosa, cupa. Invece emerse, ne parlò bene la critica, fu candidato a qualche premio. Oggi ringrazio quel successo, non tanto per i suoi frutti materiali, ma perché mi ha cambiata nel profondo. Prima ero un’insicura, mi sentivo un pesce fuor d’acqua, ovunque ero a disagio, la mia più grande preoccupazione era sempre quella di assomigliare a qualcun altro per non somigliare a me stessa. La figlia femmina mi ha donato un nuovo modo di essere e di sentire, mi ha mutata più di quanto non abbia fatto la mia lunga psicanalisi e ho scoperto l’equilibrio e l’amor proprio che non avevo mai avuto.

ph. Agnese Sbaffi

Cosa si prova ad essere candidati al Premio Strega?

Quando mi dissero che sarei stata candidata al Premio Strega mi sentii toccata da una fortuna incredibile, quasi immeritata. C’è stato un momento in cui si sono accumulati tanti piccoli successi, che per me erano grandi. Cominciai allora a pensare che qualcosa sarebbe andato storto, compensando tutta la bellezza e la fortuna che avevo raccolto. Ricordo che ero a Cava de’ Tirreni per ritirare un premio e, in diretta, mi comunicarono la candidatura allo Strega. Accolsi il messaggio ad alta voce durante la presentazione e vi furono un applauso e un entusiasmo generale. Adesso mi rendo conto che la semplice candidatura non è molto, ma da esordiente quale ero ho avuto la sensazione di partecipare a qualcosa di molto grande.

Da dove è nata l’idea del primo romanzo?

Questa è la domanda più difficile: non lo so. Posso solo dire che sono sempre stata appassionata di psicoanalisi, delle dinamiche tipiche delle famiglie disfunzionali, di illeciti e di reati commessi in famiglia, della questione femminile. Sono temi presenti nel mio romanzo. Poco prima o in contemporanea alla pubblicazione della Figlia femmina, mi colpì molto la notizia di una bambina nel Napoletano uccisa dopo aver subìto sessuali (ndr. il caso di Fortuna Loffredo). Nel frattempo avevo riletto Lolita di Nabokov e Gli indifferenti di Moravia. La storia del romanzo, però, era in qualche modo già presente in libri orrendi che avevo scritto a sedici anni, e che avevo sempre modificato. Quando ho riscritto da capo quel nuovo romanzo, difatti, ho ripreso le fila di una storia che volevo raccontare da anni. Ho risposto alla tua domanda? No, eppure è la sola risposta che so e posso dare.

Per Rai Yoyo col cartone animato Giù dal nido ti sei cimentata di recente con la scrittura televisiva. Continuerai?

Quando la mia nipotina era appena nata ho scritto una storia e l’ho presentato a un’amica che si occupa di animazione; siamo andate a proporla in Rai e, a sorpresa, il cartone animato è stato acquistato. È in televisione su Rai Yoyo e ne sono entusiasta. La sceneggiatura di cartoni animati è un’attività che voglio assolutamente coltivare, anche se non è la mia prima esperienza nelle vesti di sceneggiatrice. Ho lavorato anche alla sceneggiatura del prossimo lavoro del regista Berardo Carboni, un film sulla figura di Walter Benjamin e, in particolare, sul periodo caprese e l’amore con Asja Lacis, una donna affascinante, disobbediente, rivoluzionaria. Ho scritto la sceneggiatura con Christian Raimo, Tommaso Visone e lo stesso Carboni. Solo che la genesi di un film è molto lunga e ci vorrà un po’ di tempo prima che prenda la forma cinematografica.

La prossima sfida?

Sicuramente riuscire a pubblicare il mio secondo romanzo, malgrado la pandemia, il blocco di alcune attività e il pericolo di nuove ondate di contagi e chiusure. Dovrebbe uscire a settembre e mi chiedo se e quanto sarà difficile far emergere un romanzo in una situazione del genere. La seconda sfida è continuare il lavoro universitario, a cui tengo molto, in campo giuridico. La terza sfida è infine il cinema: sto lavorando a un film e a una serie tv, spero vadano in porto.

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Simona Cappuccio

Laureata in Italianistica, le sue grandi passioni sono la letteratura, il cinema, il teatro, la scrittura creativa. Ha collaborato per anni con magazine online di letteratura e critica cinematografica. Lavora inoltre come ufficio stampa nell'ambito formazione.

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