Storie dall'Italia

Andrea Ciaffaroni: vi racconto chi è stato Nino Manfredi

In occasione del centenario del grande attore italiano, è uscita una biografia che parte da interviste e nuove fonti, con circa 150 foto rarissime

Roma – Un’icona, forse diversa dalle altre. Un simbolo indimenticabile del cinema italiano, contemporaneo dei mattatori Sordi, Gassmann e Tognazzi, eppure a suo modo differente. Nino Manfredi, di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita, protagonista di pellicole memorabili come Il padre di famiglia, Straziami ma di baci saziami, Per grazia ricevuta, Pane e cioccolata, Nellanno del Signore.

Oltre al figlio Luca nel volume Un friccico ner core. I 100 volti di mio padre Nino (Rai Libri), a ripercorrere le tappe salienti del percorso di vita e d’arte dell’attore ciociaro è l’esperto di comicità Andrea Ciaffaroni nella biografia Alla ricerca di Nino Manfredi, pubblicata da Sagoma Editore. Un libro nato da lunghe indagini e numerose interviste, che raccontano un uomo e soprattutto un artista come mai potranno più esserci. Dagli anni della formazione presso l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” alle prime esperienze teatrali con Orazio Costa ed Eduardo De Filippo, dagli esordi al Varietà fino alla radio, al cinema e alla TV. Senza ovviamente trascurarne il privato. La storia è infatti raccontata anche attraverso la voce della moglie Erminia e dei suoi colleghi.

Un testo impreziosito da circa 150 foto rare, molte delle quali inedite anzi, che provengono dall’archivio personale di famiglia. E un lavoro necessario per il pubblico che ha sempre amato e ammirato Manfredi, come racconta l’autore a Kim – International Magazine.

Nino Manfredi con Delia Scala nel 1960 (collezione di Andrea Ciaffaroni)

La biografia non nasce solo come omaggio per i cent’anni di Nino Manfredi. Bensì da un interesse che lei ha detto di inseguire da tutta una vita.
Sì, è una passione molto forte. Adoro i comici e ho studiato le biografie dei più grandi. Manfredi è stato un attore che mi ha trasmesso l’importanza della sua preparazione e la pignoleria nella recitazione nell’ambito del mio lavoro di ricercatore. Quando ho cominciato a raccogliere tutti i suoi film mi sono reso conto di essere appassionato, ma solo nel momento in cui ho raccolto articoli d’epoca, fotografie e testimonianze ho iniziato a gettare le basi per questa biografia. Tutto, poi, è cominciato da un curioso aneddoto: quando nel 1972 i miei genitori andarono a vedere al cinema Lo chiameremo Andrea erano in attesa del primo figlio. Avevano deciso di chiamarlo Andrea, qualora fosse stato maschio. Arrivò una bambina e quando dieci anni dopo esatti nacqui io, in prima tv, mandarono in onda proprio quel film. La scelta del mio nome fu immediata.

L’ha mai incontrato di persona?
Una volta sola, a sedici anni. Girava delle scene di Linda e il brigadiere in un ufficio postale nel quartiere di Roma dove abito, a Ostia Lido. Uscì dal set per salutare la folla dei curiosi e me lo trovai vicinissimo. Con il solo sguardo trasmise simpatia e serenità. Ci divertì quando gli presentarono una comparsa, una ragazza molto bella, e lui fece quel suo gesto di sorpresa, tipico del suo personaggio. Tecnicamente si chiama “double take”, doppia reazione. Difficile spiegarlo, ne era maestro Oliver Hardy, bisognava vederlo. Bastò un secondo e ci fece ridere. Un maestro. Dopo rientrò sul set e osservai i ciak che girò; furono tre e assolutamente identici. A quasi 80 anni sembrava sapere il fatto suo, oltre ogni misura.

Con la moglie Erminia (foto Archivio Manfredi)

Chi l’ha aiutata nel lavoro di ricerca e stesura?
Il lavoro di ricerca è mio, ma devo ringraziare la biblioteca di cinema “Luigi Chiarini” e “Italiataglia” della Direzione Generale Cinema. A reperire i materiali mi hanno aiutato molto alcuni intervistati, come Alberto Crespi, Stefano Disegni, Dido Castelli. Il ringraziamento chiave è però per Luca Manfredi, che mi ha organizzato il primo di una serie di incontri con la madre Erminia. Passare del tempo con lei è stato qualcosa di veramente prezioso. È stata generosissima, sotto molti punti di vista. Nella stesura del libro mi ha aiutato l’editore Carlo Amatetti che, come in una sceneggiatura, ha sistemato il testo a fronte di una tonnellata di informazioni raccolte. Devo poi dire grazie all’editor Emanuela Brumana e all’attore Gianni Fantoni. Infine, per quanto riguarda la ricerca fotografica, oltre alla mia collezione, la famiglia Manfredi è stata determinante per avere venti fotografie private. Il Centro Sperimentale di Cinematografia, per il quale devo ringraziare Alberto Anile, che ci ha invece dato delle bellissime fotografie di set.

Perché secondo lei il ricordo di attori come Manfredi, Gassmann o Sordi rischia di scomparire dalla memoria collettiva?
Perché in Italia non viene curata l’immagine cinematografica, né dal punto di vista storico né culturale. I comici, una volta passato il loro periodo migliore, vengono velocemente messi da parte: è stato così anche per queste colonne della commedia all’italiana, quando subentrò la nuova generazione degli anni ’80. Da una parte perché i vecchi autori e attori non riuscirono a rinnovarsi, dall’altra perché cambiarono i tempi. Passati di moda li abbiamo trattati come reliquie, per poi dimenticarci in fretta di loro. Certo, ci sono rassegne, libri, lo scarso home video e qualche messa in onda, ma la loro comicità, che forse sarebbe meglio definire commedia perché l’equivoco con la farsa accade troppo spesso, era amara, satirica. E noi siamo un paese permaloso, a cui dopo un po’ la satira dà fastidio. Abbiamo adorato Sordi che rideva dei nostri difetti peggiori, ma le nuove generazioni lo conoscono poco. Tognazzi, che ha incarnato la generazione che non vuole arrendersi alla vecchiaia, sia sessualmente che fisicamente, era troppo malinconico per lo spettatore più propenso al divertimento puro.

Sul set di "Avventura di un soldato" (foto CSC)
Sul set di “Avventura di un soldato” (foto CSC)

E Nino Manfredi?
Lui ha raccontato l’italiano vittima degli eventi, lo sfortunato, l’uomo qualunque con le sue debolezze e timidezze, eppure non era esplosivo o esuberante, non era mattatore in quel senso. Quindi, ad un certo punto, il pubblico ha mostrato molta stima nei suoi confronti come attore, ma meno amore. Non riusciamo a riconoscere la bravura, la preparazione. Ancora oggi il cinema italiano è sottostimato in casa. E sbagliamo, poiché nel mio libro dimostro quanto siamo stati forti a livello mondiale. Una delle colpe principali sta comunque nella mancanza di istruzione sul cinema, sia nelle scuole che nella tv generalista.

Un aneddoto poco conosciuto che può raccontarci?
Una delle cose più curiose che ho scoperto mentre scrivevo il libro riguarda l’anno in cui Manfredi divenne famoso a livello nazionale con “Canzonissima”. Contemporaneamente uscì il suo primo film da protagonista, L’impiegato. Con l’interpretazione in tv del barista di Ceccano portò all’attenzione generale il comune ciociaro e, trainato da questo successo, il comune organizzò una colletta per raccogliere il denaro necessario per il noleggio del film da proiettare nell’unico cinema del paese. Manfredi non riuscì, per motivi di lavoro, a presenziare alla prima con i ceccanesi, ma riuscì ad esserci qualche settimana dopo. Tali furono l’entusiasmo e la mole di pubblico che il gestore della sala lo proiettò sul muro di un palazzo vicino al cinema, in modo da accontentare un intero paese che voleva vedere il film con Nino.

L’autore Andrea Ciaffaroni

Simona Cappuccio

Laureata in Italianistica, le sue grandi passioni sono la letteratura, il cinema, il teatro, la scrittura creativa. Ha collaborato per anni con magazine online di letteratura e critica cinematografica. Lavora inoltre come ufficio stampa nell'ambito formazione.

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