Tra i posti blocco della polizia e le macerie dei palazzi, la città laziale sembra un campo di battaglia. Tutto questo, mentre la ricostruzione stenta a partire. Un breve reportage fotografico dai luoghi del sisma

Amatrice- A poco più di un mese dal sisma che l’ha devastata, Amatrice sembra ancora un luogo spettrale. Un paese fantasma. Sospeso tra la vita, che stenta a ricominciare, e la morte incarnata dagli scheletri delle case sventrate. Le prime camionette dei vigili del fuoco le incontriamo quasi subito, appena lasciata la E45. Un via vai continuo di mezzi di soccorso, blindati della polizia e dei carabinieri. Decine di posti di blocco danno la sensazione di essere in una zona di conflitto. La guerra sì, è questa la prima reazione che si ha quando si arriva ai piedi della città.

La cosa che colpisce di più è l’assenza di rumore. Un silenzio assordante, quasi surreale. Contagioso. Le risa e le battute, che ci avevano accompagnato fino a quel momento, improvvisamente spariscono. Sostituite da un rispettoso mutismo, quasi a non voler disturbare oltremodo chi già ha sofferto tanto. L’angoscia ci pervade l’anima. Della ridente cittadina, famosa per i suoi bucatini, non rimangono che cumuli di macerie ancora ammassati qua e là.

Raggiungere il centro è praticamente impossibile. Quasi tutti gli accessi sono bloccati e la maggior parte delle strade è inagibile. Enormi blocchi di cemento armato sbarrano le vie d’accesso. Amatrice sembra tutta una grande zona rossa. Fatta eccezione che per qualche anziano signore, gli abitanti se sono andati lasciandosi alle spalle ricordi ed affetti. I negozi, che animavano il centro storico, sono tutti crollati sotto ai colpi del terremoto. Le stradine, un tempo affollate, oggi sono piene di vigili del fuoco che fanno la spola per recuperare gli ultimi oggetti personali rimasti sotto ai detriti.

Fa male al cuore vedere tutta questa devastazione. Fa ancora più male, se possibile, vedere come nelle varie tendopoli si cerchi, invano, di dare colore ad una quotidianità grigia come quelle tende. Corrono felice i bambini di Amatrice. Tiranno calci al pallone come se nulla fosse successo, ma nei loro sono ancora visibili i segni di un trauma che sarà difficile superare.

Vorrebbero tutti tornare nelle loro case, grandi e piccini. Delle case, però, quelle mobili promesse dal Governo non c’è ancora traccia. Mentre lasciamo Amatrice, con il cuore colmo di tristezza, incrociamo un camion che sembra trasportare le componenti di legno che dovranno servire per costruirle. Una strana preoccupazione di coglie, la mente vola immediatamente a L’Aquila e a tutto quello che gli aquilani hanno dovuto sopportare dopo il sisma. La tristezza si fa ancora più profonda. Al termine di questa intensa giornata, non c’è molta voglia di parlare. Il viaggio di ritorno sembra non passare mai, ognuno assorto nei suoi pensieri. L’ultimo, prima di far rientro a casa, va ad Amatrice e ai suoi abitanti.

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