Dopo il referendum, nuovi scenari si prospettano sul futuro dell’ex compagnia di bandiera

 

Roma- Stando di fronte ad un ennesima crisi aziendale, Alitalia, si trova ad affrontare l’ennesimo piano di salvataggio, il quale, come al solito, chiede sacrifici a tutti i dipendenti.

Il 14 Aprile 2017, dopo una trattativa ad oltranza, al Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) e come da prassi in extremis, fu firmato un accordo di massima o pre-accordo.

I due grandi soci di Alitalia-Sai, Unicredit e Intesa San Paolo, hanno condizionato l’esecuzione di questo pre-accordo all’accettazione da parte dei lavoratori istituendo un referendum da tenersi prima della data del 1 Maggio 2017.

Qualora i lavoratori avessero accettato il pre-accordo, sarebbe stato attuato anche il piano industriale a questi allegato, il quale prevedeva degli esuberi, circa 980, la decurtazione di circa 8% dello stipendio del personale navigante fino al 2022, poi l’azienda, in caso di ritorno all’utile, si sarebbe accordata con i sindacati per un eventuale recupero di questi tagli, la riduzione delle ore annuali di riposo da 120 a 108, l’applicazione, per i nuovi assunti, di contratti “City Liner”, i quali hanno livelli retributivi inferiori rispetto ad altri contratti del personale navigante, gli scatti di anzianità di durata triennale anziché annuale e l’applicazione del part-time a seconda delle esigenze aziendali.

Il referendum confermativo di questo pre-accordo si sarebbe tenuto dal 20 al 24 Aprile 2017.

In cambio l’azienda avrebbe investito circa 2 Miliardi di Euro, per l’ammodernamento della flotta, l’apertura di nuove rotte intercontinentali, la riassunzione di parte del personale una volta tornata in utile nel 2020.

Tutti i protagonisti della trattativa hanno tifato, incoraggiato e dichiarato che l’unica alternativa a questo pre-accordo era il fallimento e la messa in liquidazione dell’Azienda, persino il Presidente del Consiglio dei Ministri Gentiloni, con un intervento inopportuno a urne aperte sosteneva tale tesi.

L’esito del referendum, è stato sconcertante per alcuni, ma non per gli addetti ai lavori che vivono quotidianamente dentro l’Aeroporto Leonardo Da Vinci, il NO ha vinto con il 67% dei voti.

Dopo l’esito del referendum è stato convocato un Consiglio di Amministrazione straordinario e un consiglio ristretto ai Ministri del lavoro, dei trasporti e dello sviluppo economico per un esame della situazione.

In attesa delle decisioni di queste riunioni, il voto referendario esprime un malcontento dei lavoratori nei confronti delle istituzioni, della politica, dei sindacati e nei confronti del management della compagnia.

Molti chiedono una nazionalizzazione di Alitalia, ma questo significherebbe andare contro alcune normative europee, ma soprattutto far pagare ai contribuenti italiani la nazionalizzazione stessa, i quali contribuenti hanno già versato per Alitalia 7,4 Miliardi di Euro dal 2007 ad oggi (Fonte ilSole24ore).

La soluzione vede, attualmente, l’applicazione della Legge del 21/02/2014 n. 39, la cosiddetta Legge Marzano, con la nomina di un commissario straordinario della durata di 180 giorni, con proroga di altri 90, il quale avrà il compito di risanare l’azienda, anche ridimensionandola.

A nessuna delle parti in causa, azionisti, sindacati, istituzioni, conviene far fallire Alitalia, per questo, si riaprirà una trattativa, perché un accordo, è sempre meglio di un commissario straordinario o di uno scontro tra CDA e sindacati.

Stefano Campidelli