Storie dall'Italia

Sordi, centenario della maschera che ha smascherato gli italiani

Ricordi e celebrazioni a Roma per uno degli interpreti d'eccellenza del cinema di tutti i tempi, che riviviamo in alcune delle sue celebri pellicole

Roma – Sulla targa commemorativa in via San Cosimato, a Trastevere, è scritto: «Qui di fronte, al civico 7 di una casa che non c’è più il 15 giugno 1920 nasceva Alberto Sordi, attore ed indimenticabile interprete della “storia di ogni italiano”». Ed è esattamente così. Un’icona cinematografica o forse molto, moltissimo di più, che in questa strana fine di primavera avrebbe compiuto cent’anni.

Alberto Sordi in uno scatto degli anni Ottanta

Se nella memoria collettiva restano ancora impresse le immagini dell’ultimo saluto, in una gremita piazza San Giovanni, tributatogli da oltre 250mila romani, oggi la Capitale e l’Italia intera festeggiano il centenario di uno degli interpreti eterni del cinema. Per tutti, semplicemente, “Albertone”. Ricordi e celebrazioni, a partire dalla mostra curata da Alessandro Nicosia assieme ai giornalisti Vincenzo Mollica e Gloria Satta, dal titolo Il Centenario  Alberto Sordi 1920-2020. Posticipata al 16 settembre, a causa dell’emergenza Coronavirus, ha raggiunto quasi 18mila prenotazioni e sarà visitabile fino al 31 gennaio 2021 nella storica villa dell’attore presso piazzale Numa Pompilio, non lontano dalle Terme di Caracalla. Un viaggio alla scoperta di un Sordi inedito grazie ad oggetti, abiti e fotografie, percorrendo diversi ambienti dell’amata abitazione costruita negli anni Trenta dall’architetto Clemente Busiri Vici, in cui l’attore visse fino alla morte. Una seconda parte della mostra sarà, invece, ospitata dal Teatro dei Dioscuri in via Piacenza 1, a pochi passi dal Quirinale, con un approfondimento sul programma tv Storia di un italiano, nato da un’idea di Sordi e condotto in prima serata su Rai 2 durante quattro edizioni trasmesse di domenica, dal 1979 al 1986.

La copertina di Tv Sorrisi con Alberto Sordi sindaco per un giorno

Lo scorso 15 giugno, la mostra-evento è stata presentata nel corso di una cerimonia alla presenza della sindaca Raggi, la quale ha confermato che si sta lavorando per intitolare la piazza antistante la villa alla memoria della sorella Aurelia, accogliendo la richiesta avanzata dalla Fondazione Alberto Sordi. Presenti personaggi come Carlo Verdone, Christian De Sica, Edoardo Pesce (recentemente diretto da Luca Manfredi in un biopic per la Rai) e Francesco Rutelli, che nel 2003 in occasione degli ottant’anni di Sordi, gli consegnò le chiavi della città, eleggendolo sindaco per un giorno. Un “attore gigantesco” oltre che “un grande rivoluzionario”, ha detto Verdone, “una maschera unica” nella galleria di quelle della commedia all’arte, “accanto a Rugantino, se non più importante”.

Poi, editi dal Centro Sperimentale di Cinematografia e dalle Edizioni Sabinae, vi sono un numero di “Bianco e Nero” intitolato Sordi segreto e un libro, entrambi a cura di Alberto Anile, al quale si deve un meticoloso studio finalizzato alla scoperta di quei sogni cinematografici mai realizzati dal protagonista de Il vigile. Come, ad esempio, un progetto sul politico statunitense Henry Kissinger, a cui l’attore italiano assomigliava fisicamente oppure quello su Don Chisciotte, al fianco di Vittorio Gassmann.

Veniamo, tuttavia, e con non poca difficoltà, a una piccola classifica personale delle migliori pellicole di Alberto Sordi. Interpretazioni di una qualità e una verità difficilmente raggiungibili, cariche di un imponente potere, citando Maurizio Grande del volume La commedia all’italiana. Ossia fare del travestimento un mezzo che «agisce anche all’interno del personaggio e gli conferisce una fondamentale irrealtà che smaschera la maschera».

Lo sceicco bianco (1952)

Si inizia quindi con Lo sceicco bianco, anno 1952, prima regia di Federico Fellini dopo aver co-diretto con Lattuada Luci del varietà, che oltretutto avrebbe festeggiato il centenario in questo anomalo e complicato anno. Nel film – da un’idea di Antonioni e sceneggiato dallo stesso regista riminese con Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano – Sordi è l’ingannevole eroe dei fotoromanzi, idolo di una sposina in viaggio di nozze, destinata a scoprire presto la meschinità. Scena cult: l’entrata in scena dello sceicco, impegnato a dondolarsi su un’altalena posizionata in alto tra due pini secolari nella pineta di Fregene.

Del 1959 sono altri due lungometraggi, con ruoli-chiave nella carriera sordiana. Il primo è Il vedovo, regia di Dino Risi, recitato al fianco di Franca Valeri, che il prossimo 31 luglio festeggerà pure lei il centenario. Albertone veste i panni di un marito arrivista, pronto a intascarsi l’eredità della moglie dopo aver saputo della sua dipartita in un incidente, rappresentando sul grande schermo una feroce ma gustosa critica alla società di quel tempo in carne, ossa e viltà. Le cose, come è ovvio, andranno diversamente e a rimetterci le penne sarà proprio l’incapace Nardi. Scena cult: il ritorno di Elvira, che spunta alle spalle del coniuge, intento a godersi felicemente la libertà dicendogli “Cosa fai cretinetti, parli da solo?”.

Il vedovo (1959)

Il secondo film è La grande guerra che valse a Monicelli il Leone d’Oro a Venezia, mentre a Sordi e Gassmann la vittoria ex aequo di un David di Donatello nel 1960. Ambientata durante il primo conflitto mondiale, nel 1916, ispirandosi peraltro a un racconto del francese Guy de Maupassant, la pellicola racconta la storia di due uomini, assai lontani dall’essere degli eroi e che, paradossalmente, finiranno per diventarlo davvero. Scena cult: la morte di Oreste Jacovacci, che implora il nemico austriaco di risparmiarlo urlando “Io non so niente, io sono un vigliacco”.

La grande guerra (1959)

Proseguendo, è praticamente impossibile non menzionare Una vita difficile del 1961. Alberto Sordi è, di nuovo, diretto da Risi e la sua partner è una magnetica Lea Massari. Stavolta il protagonista è un partigiano, di origine romana, a cui viene salvata la vita dalla futura moglie, Elena. Un vagabondare quello di Silvio, alla ricerca disperata dell’auto-affermazione; un tragitto, tra dolori e poche gioie, dove non sembra esservi posto per gli ideali ma solamente per una cruda accettazione della realtà circostante. Scene cult: il pugno al Cavaliere, anticipato da quel “Permette, eminenza?”, con conseguente caduta in piscina, e la sequenza del litigio tra Elena e il suo consorte sciagurato, con cui non si può non empatizzare malgrado tutto.

Una vita difficile (1961)

Infine Giovanni Vivaldi, e Un borghese piccolo piccolo. Siamo alla fine degli anni Settanta, dietro la macchina da presa c’è sempre Monicelli. Sordi è un padre, umile impiegato col pensiero di sistemare il figlio ragioniere, poi ammazzato per strada da un rapinatore. Ebbene con quel personaggio, con quella vendetta finale e quella tragedia piena di orrore che lascia lo spettatore senza fiato finisce secondo alcuni critici la stagione della commedia all’italiana, di cui Alberto Sordi è stato appunto protagonista indiscusso. Ma secondo il regista toscano no, anzi la storia di Vivaldi sancisce possibilmente qualcosa di peggiore, come rileva in un’intervista a Sebastiano Mondadori: «L’incombenza della morte rende più brutale il modo di far ridere. Emerge una nuova ferocia, che a tratti schiaccia il ridicolo […] Ma non ci è passata la voglia di ridere». Sordi è ancora perfettamente nella parte, e negli abiti di un antieroe che cattura, e continua a catturare, il pubblico. Scena cult: la visita di Giovanni al cimitero e quel “povero Mario, è stato più facile sistemarlo al ministero che qui al camposanto!”.

Auguri Alberto!

Un borghese piccolo piccolo (1977)
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Simona Cappuccio

Laureata in Italianistica, le sue grandi passioni sono la letteratura, il cinema, il teatro, la scrittura creativa. Ha collaborato per anni con magazine online di letteratura e critica cinematografica. Lavora inoltre come ufficio stampa nell'ambito formazione.

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