Spazio Kabul

Afghanistan, 15 anni di promesse disattese e dubbi

Dopo anni di insediamento delle forze internazionali in Afghanistan, qualche dubbio sulla reale efficacia della missione è legittimo.

Che l’intervento occidentale sia stata poco convincente non è certo un segreto. Oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti: ci troviamo di fronte a un Paese distrutto, dove imperversano non soltanto i jihadisti dello Stato islamico, ma anche violente divisioni etniche che rendono il contesto afgano ingestibile, il fatto che le gravi condizioni del Paese non vengano dibattute dai media e dalla classe politica internazionale non significa che il quadro generale sia cambiato rispetto al passato. A dimostrarlo, sono le continue metamorfosi strategiche di Barack Obama, che una volta divenuto Presidente degli Stati Uniti, aveva promesso di ritirare le truppe entro il 2014. Impegno non rispettato nel corso degli anni, nel 2014 la Casa Bianca annunciava che i militari presenti sarebbero stati ridotti a 5000 entro la fine del 2015, e azzerati entro il 2016. Nel marzo 2015, Obama ha deciso di lasciare quasi 10000 soldati fino a fine anno. Nel febbraio 2016, l’ennesimo passo indietro: “il contingente resterà fino a tutto il 2016, e la decisione definitiva sul futuro passerà nelle mani del nuovo Presidente”.

I continui cambiamenti di Obama non sono l’unica prova del fallimento. A testimoniare fino a che punto nel Paese sia dilagante il caos a 15 anni dall’intervento, è una delle prime testate giornalistiche americane, il New York Times, che dichiara pubblicamente “ancora un quinto del Paese è nelle mani dei talebani, il gruppo terrorista è più infiltrato nel territorio oggi di quanto non lo fosse prima dell’intervento delle forze internazionali”. Ma se tutti questi riscontri non bastassero, ad aggravare il quadro c’è un aspetto troppo sottovalutato, seppur sconcertante: un vero e proprio “conflitto dentro il conflitto”, la “guerra dell’oppio”. La grande sconfitta della coalizione occidentale, è stato l’aumento esponenziale della coltivazione del papavero e del traffico internazionale di droga. Nel 2002 la produzione di oppio in Afghanistan era crollata a 200 tonnellate, oggi si toccano punte di circa 7000 tonnellate l’anno il 90% della produzione mondiale.

Strano ma vero, fu il Mullah Omar a sradicare il traffico dell’oppio, in precedenza attività estremamente remunerativa per un Paese devastato da anni di occupazione sovietica e di guerra civile.

Ma quando l’Afghanistan cominciò a ritrovare un equilibrio interno, il leader dei talebani decise di seguire le linee guida del Corano, impedendo l’uso e lo smercio di stupefacenti. Una decisione complessa, visto che a subirne il contraccolpo erano soprattutto i contadini, la vera forza del suo regime. Eppure, anche se con molte difficoltà, Omar riuscì a persuaderli, quindi convertire la produzione di papavero con altre coltivazioni, e la produzione di oppio cominciò a precipitare. La politica della Nato, per assicurarsi la vittoria sul campo, fu quella di allearsi proprio con quei “signori della guerra” che il governo di Omar aveva cacciato dal Paese, e creato le premesse di rilancio delle coltivazioni di oppio in Afghanistan, non certo solo per questa ragione che la produzione e il traffico di oppio hanno ricominciato a crescere. Il motivo principiale e ancor più grave, causato dagli stessi soldati dell’esercito afgano, penetrati nelle case e nei terreni dei contadini poveri a sequestrare l’oppio con violenza e con la scusa della lotta al traffico di stupefacenti, in modo da guadagnare il più possibile dalla vendita illecita.

I media internazionali, ritengono che la causa principe dell’aumento del traffico di droga è da rigettare alle forze talebane, ma, secondo dati attendibili, a loro sarebbe da addebitabile solo il 2% dello smercio totale, infatti secondo l’agenzia Fars News Agency, la provincia di Helmand, dove le coltivazioni di oppio prolificano, si contano moltissimi laboratori per la produzione di eroina, che prima dell’intervento americano non esistevano e che ora lavorano senza nessun tipo di controlli. Al di là del coinvolgimento poco trasparente delle forze internazionali in Afghanistan, il quadro rimane gravissimo, al punto da peggiorare il già tremendo scenario antecedente l’intervento deciso dopo l’11 settembre. Un intervento che, insieme ai successivi, avrebbe dovuto sconfiggere il terrorismo, e che invece ha finito per fomentarlo, addirittura aumentando il caos e l’illegalità imperante nell’area.

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Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con La Stampa.

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