Dossier

ACCORDI DI ABRAMO

Accordi che cambieranno per sempre il corso della storia. Arrivati a 7 settimane dalle elezioni. L’alba di un nuovo Medio Oriente secondo il padrone di casa, Donald Trump, che si sente l’artefice di una svolta diplomatica in grado di “far avanzare la pace e sbloccare il grande potenziale nella regione”. Dopo l’annuncio fatto ad agosto, il 16 settembre scorso Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno firmato alla Casa Bianca gli accordi di Abramo, per la normalizzazione delle loro relazioni. Trump li ha definiti amichevolmente dei “visionari”, riferendosi al premier israeliano Benjamin Netanyahu, e ai ministri degli esteri di Emirati e Bahrein, Abdullah bin Zayed Al-Nahyan e Abdullatif Al-Zayani, arrivati a Washington per la cerimonia nel South Lawn (il prato a sud della Casa Bianca) con 700 invitati. La rappresaglia dalla Striscia di Gaza non si è fatta comunque attendere. Mente si celebravano gli accordi, sono stati lanciati due razzi e sono risuonate le sirene ad Ashkelon e Ashdod. Fortunatamente le conseguenze non sono state gravi: due persone sono rimaste lievemente ferite per le schegge. Molto più forti le parole di uno dei portavoce di Hamas: «Gli accordi tra Bahrein, Emirati e l’entità sionista non valgono la carta sulla quale sono scritti. Il popolo palestinese continuerà la sua lotta fino a che non avrà ottenuto tutti i suoi diritti».

LE DICHIARAZIONI

«Siamo a un punto di svolta che annuncia una nuova alba di pace, che finirà per espandersi includendo altri stati arabi. Sono convinto che potremo porre fine al conflitto arabo-israeliano una volta per tutte», ha detto il leader israeliano Netanyahu.

«Sono qui per tendere una mano di pace e ricevere una mano di pace – ha affermato il ministro degli esteri degli Emirati Al-Nahyan –. Stiamo assistendo a un cambiamento nel Medio Oriente che darà speranza al mondo intero».

«Per troppo tempo, il Medio Oriente è stato frenato dal conflitto e dalla sfiducia – gli ha fatto eco il ministro degli esteri del Bahrein Al-Zayani –. Questo ha provocato indicibili distruzioni e ha vanificato le speranze dei più giovani della regione. Ora sono certo che possiamo cambiare la situazione».

LO SPIRITO ANTI-TEHERAN E IL TRADIMENTO

Nella geopolitica del Golfo, il nemico comune continua ad essere l’Iran e la speranza di Washington e di Gerusalemme è che altri Paesi si uniscano nella missione di contrasto al potere trentennale di Ali Khamenei. E gli occhi sono puntati sull’Oman. Inoltre, sorvegliato speciale resta l’atteggiamento aggressivo nella regione e – a tratti intimidatorio – della Turchia di Erdogan. Lo spirito anti-Teheran dunque è stato il collante decisivo per la sigla degli accordi di Abramo. Dalla sponda degli Emirati, invece, è stato posto un freno ai piani israeliani di annessione della Cisgiordania. Dalla sponda ebraica, l’immagine di Netanyahu ha guadagnato nuovo lustro dopo la gestione fallimentare della pandemia da Covid-19 (Israele è al suo secondo lockdown) e le vicende penali che vedono coinvolto lo stesso premier, accusato di corruzione e frode.

Ha gridato al tradimento, invece, il leader dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, che ha lanciato appelli per scendere in piazza e protestare. Ha tentato di far passare una risoluzione di condanna nell’ultima riunione della Lega araba, ma il tentativo non è andato a buon fine.

L’ELECTION DAY

Si terrà martedì 3 novembre l’Election day, mentre l’ultimo sondaggio commissionato da Washington Post-ABC News dà Joe Biden 10 punti sopra Donald Trump, 53 a 43.

L’Election day riguarda l’elezione del Collegio dei Grandi elettori che andranno a designare, a loro volta, il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America (sistema elettorale indiretto o elezione di secondo grado).

270 è il magic number, la maggioranza assoluta dei voti, poiché i Grandi elettori sono 538, pari alla somma dei senatori (100, due per ogni Stato), dei deputati (435, assegnati proporzionalmente al numero di abitanti residenti in ciascuno Stato, fatta eccezione per Maine e Nebraska che li eleggono con un altro sistema elettorale) e dei 3 rappresentanti del Distretto di Columbia, in cui si trova la capitale federale Washington, che non appartiene a nessuno Stato. Uno degli stati dove “non si può perdere” è la Florida con i suoi 29 Grandi elettori (lo stesso numero per lo stato di New York), come confermano la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 e la doppia vittoria di Obama nel 2008 e 2012. Donald Trump ha investito moltissimo in Florida, anche attraverso uno spot in spagnolo, con l’obiettivo di conquistare il 40% degli ispanici a livello nazionale rispetto al 28% ottenuto nel 2016. Joe Biden ha speso più del rivale negli spot televisivi in Florida, 42 milioni contro 30 (secondo Kantar/CMAG) ma la campagna del tycoon da qui all’elezione ha prenotato spazi televisivi in più per 16 milioni di dollari. In soccorso del democratico è arrivato Michael Bloomberg (l’ex sindaco di New York) con un assegno da 100 milioni per la campagna sui media della Florida, anche detta Sunshine State.

Tra gli altri stati dove “non si può perdere”, massima attenzione alla California che ha il numero maggiore di Grandi elettori (55) e il Texas (38).

Oggi, martedì 29 settembre (questa notte in Italia, ndr), si svolgerà a Cleveland in Ohio, il primo dei 3 dibattiti televisivi fra Trump e Biden. Gli altri 2 duelli tv si terranno il 15 e il 22 ottobre. Un dibattito è previsto anche tra i 2 candidati alla vice presidenza, Kamala Harris e Mike Pence, che si affronteranno mercoledì 7 ottobre.

IL GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA

È di questi giorni, la nomina ufficiale del nuovo giudice della Corte suprema, dopo la scomparsa a 87 anni di Ruth Bader Ginsburg, scelta nel 1993 da Bill Clinton. La giudice è stata osannata e acclamata anche dal jet set, da Micheal Moore a Jennifer Lopez, da Barbra Streisand a Mariah Carey, dalla coppia Robert Downey Jr-Sarah Jessica Parker fino a Stephen King e Demi Lovato. E questi sono solo alcuni dei nomi del “gotha americano” che hanno espresso il loro rammarico ma anche il loro ringraziamento per la giudice che più di tutti in America ha lottato per la parità di genere. Disattese le ultime richieste della Ginsburg: aveva confessato ad un collaboratore di non voler essere rimpiazzata con una nomina presidenziale di questo presidente. Si augurava, insomma, che il suo successore fosse scelto dopo l’Election day, nella speranza che la Casa Bianca cambiasse colore e tornasse democratica. Una speranza pressoché vana, non tanto perché Trump si è affrettato a scegliere immediatamente il nono giudice mancante della Corte suprema, ma perché arrivare al 20 gennaio 2021, data di insediamento del nuovo presidente (chiunque esso sia, ovviamente) era davvero inimmaginabile, vista l’occasione ghiotta da sfruttare in campagna elettorale. Alla decisione di Trump sul nuovo giudice faranno seguito il passaggio in Commissione giustizia del Senato e la ratifica dallo stesso Senato.

AMY CONEY BARRETT

E così, il tycoon ha voluto per la Corte suprema la più conservatrice tra i giudici in lizza, fervente cattolica e allieva apprezzata di Antonin Scalia, tra gli interpreti più conservatori della Costituzione statunitense, scomparso nel 2016. È Amy Coney Barrett, 48 anni, un marito e 7 figli, originaria di New Orleans. Ha frequentato un liceo femminile e poi il Rhodes college, prima di laurearsi con lode in legge all’Università cattolica Notre Dame dove ha insegnato per 15 anni. Successivamente, ha intrapreso la carriera da magistrato. Un bel colpo, si diceva, per la campagna elettorale del tycoon, anche se la vera incognita di queste elezioni sembra essere la pandemia da Covid-19 e gli effetti che ha lasciato sulla popolazione americana.

Trump, intanto, con la mossa in politica estera degli accordi di Abramo e la nomina in politica interna della giudice conservatrice ha messo a segno un eccellente doppio colpo, per la sua campagna elettorale.

Alessandra Sozio

Giornalista professionista dal 2007, si è laureata in Scienze politiche presso La Sapienza di Roma. Ha ricoperto molteplici incarichi nel mondo della comunicazione: dalla carta stampata che l'ha vista impegnata in numerose collaborazioni, fino ad essere nominata vice direttrice del primo quotidiano del litorale romano "Il Giornale di Ostia" e capo redattrice della cronaca politica, al web nella gestione di testate giornalistiche online e siti istituzionali. Ha curato la rinascita del "Nuovo Paese Sera", anche nella sua veste cartacea di approfondimento mensile. Nel suo percorso lavorativo, è stata responsabile dei servizi editoriali del X Municipio di Roma Capitale.

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