Dossier

A SAN MARINO L’ABORTO È ANCORA REATO PENALE

Nel cuore d’Italia c’è un piccolo stato indipendente in cui il tempo sembra essersi fermato per i diritti delle donne. L’intervista a Vanessa Muratori, promotrice insieme al “Comitato della legge sulla procreazione cosciente” di una proposta di legge per rivoluzionare l’attuale sistema che punisce l’aborto con la reclusione.

San Marino – Nella repubblica indipendente di San Marino, a 30 km da Rimini, le donne non hanno ancora diritto di scegliere per il loro corpo: abortire è reato punibile con la reclusione della gestante e del medico che l’aiuta. Non contano il rischio di morte della madre, gravi malformità del feto, tragici casi di incesto o abuso sessuale. Gli articoli 153 e 154 del codice penale non conoscono condoni, se non l’attenuante dell’onore. Se una sammarinese decide di interrompere la gravidanza perché non è sposata, può essere condannata al massimo a un anno di carcere, invece che tre o sei. Si tratta di una delle legislazioni più rigide e restrittive d’Europa, vicina solo a quella dell’isola di Malta.

Nonostante in effetti la legge non sia correntemente messa in atto e nessuna sammarinese è perseguita per il reato d’aborto, per le donne l’unico modo di interrompere una gravidanza è oltrepassare il confine. Scegliere di andare negli ospedali di Rimini significa, però, intercorrere in costi salatissimi. Non avendo copertura sanitaria italiana, le gestanti sono costrette a pagare fino a 2.000€ e tacere il segreto della loro scelta. È infatti impossibile stimare quante siano le sammarinesi che ogni anno intraprendono questa via alternativa al sistema per poter scegliere il proprio destino, poiché tutto deve necessariamente avvenire nel più totale silenzio.

In questo contesto, non mancano le voci desiderose di cambiamento. Esiste un “Comitato promotore della legge sulla procreazione cosciente e responsabile”, che da anni combatte non solo per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, ma anche per la sua prevenzione. Si tratta di un impegno cosciente e costante, che mira non solo a tutelare la salute delle donne, ma all’inserimento dell’educazione sessuale nelle scuole e alla gratuità della contraccezione. Ne abbiamo parlato con Vanessa Muratori, ex parlamentare di Sinistra Unita e prima firmataria di una proposta di legge di iniziativa popolare che potrebbe cambiare il futuro di tutte le sammarinesi.

Per la proposta di legge avete raccolto 476 firme, nonostante ne bastasseri 60. Un gran risultato. Ma quali sono state le resistenze?

Abbiamo trovato in realtà una buona accoglienza nel paese, quando abbiamo fatto la serata pubblica ma anche con le uscite sui giornali o parlando con le persone. Abbiamo un sostegno vivace. Non c’è la resistenza che la politica teme. Può essere limitata alle frange più conservatrici della popolazione, quelle più legate alla Chiesa cattolica.

Non è il primo tentativo…

Questa è la terza legge che personalmente porto, come comitato la seconda. Il comitato è nato nel 2014. La prima è ancora ferma nel cassetto dopo un primo passaggio consiliare. Questo per me è stato il grosso limite dell’attuale Governo. Siccome vogliamo che la politica se ne occupi siamo qui a riproporla.

Quali sono i contenuti della vostra proposta di legge?

Noi abbiamo un approccio preventivo. Ci piacerebbe che l’aborto fosse l’ultima possibilità per ogni donna, ma per la salute stessa. C’è tutta una parte sulla prevenzione: vorremmo che lo stato promuovesse servizi di pianificazione familiare, che mantenesse l’accesso gratuito agli anticoncezionali pillola inclusa, che ci fosse un percorso in tutti gli ordini di studio di educazione alla sessualità e all’affettività. Rimuovere gli ostacoli che la società pone alle donne che intercorrono nella maternità, a partire soprattutto dal punto di vista lavorativo. Non c’è proprio un articolo su questo, ma parlando di genitorialità suggeriamo di incentivare non solo la maternità ma anche la paternità.

E più nello specifico sull’aborto?

La proposta ricalca sommariamente la legge 194 italiana, però correggendo quelle che a nostro avviso erano delle storture date dal compromesso con l’ala più conservatrice all’epoca. È detto esplicitamente che fino alla dodicesima settimana la donna può decidere di interrompere la gravidanza senza doverne rendere conto a nessuno. Successivamente invece l’aborto è possibile solo in casi limite, ad esempio se c’è un rischio per la salute della madre o se il concepimento avviene a seguito di abuso o se registrano gravi anomalie del feto. Rispetto alla 194, noi prevediamo che la struttura pubblica debba comunque fornire il servizio anche in caso di presenza di obiettori.

È piuttosto difficile comprendere quante siano le cittadine sanmarinesi che ogni anno sono costrette a superare il confine e a venire in Italia per poter accedere ai servizi sanitari che permettono l’interruzione volontaria di gravidanza. Il comitato ha tentato delle statistiche?

Purtroppo poiché non c’è una legge non c’è un numero e non c’è neanche la possibilità di prevenire, perché non sappiamo non solo quante siano ma neanche perché le donne scelgono di abortire. Diventa così anche difficile lavorare sulla prevenzione. In una serata pubblica avevamo dato come stima quella del 5×1000, che secondo me è plausibile in quanto stima italiana, però ci tengo a precisare che non sono dati certi.

A cura di Serena Mauriello

Tags

Serena Mauriello

Dopo aver insegnato lettere nelle scuole superiori, Serena Mauriello è attualmente dottoranda in Italianistica presso l'Università la Sapienza di Roma. Suoi contributi sono stati pubblicati su importanti riviste specialistiche come Rivista di Studi Italiani o Bollettino di Studi di Italianistica. Ha partecipato attivamente a convegni e seminari sul Medioevo italiano. Nel ambito del giornalismo, scrive principalmente di cultura e società.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Check Also

Close
Back to top button
Close
Close