I social network hanno rivoluzionato completamente le relazioni interpersonali. Permettono di accorciare le distanze, comunicando con chiunque nei quattro angoli della terra. Allo stesso tempo, però, lasciano gli adolescenti in balia di coetanei che si prendono gioco di loro

Roma – Lo scorso 17 maggio, la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge recante “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”. Introducendo, per la prima volta, nell’ordinamento legislativo italiano una norma a tutela delle vittime del bullismo telematico.

Prima di ottenere il sì definitivo da parte di Montecitorio, però, il disegno di legge contro il cyberbullismo aveva subito una serie di rimpalli e alcuni tentativi di modifica. Rischiando, così, di vederne compromessa l’essenza stessa che doveva, prima di tutto, tutelare i minori. Pericolo scampato, insomma. Visto e considerato, che alla fine sono stati eleminati gli elementi repressivi di tipo penale introdotti, in seconda lettura, da Palazzo Madama. Restringendo, altresì, il campo d’azione della norma ai soli minori e non, quindi, a tutti coloro i quali dovessero essere oggetto di attacchi telematici denigratori e offensivi della loro dignità.

Una stretta sul cyberbullismo – Da adesso in poi, pertanto, sarà possibile oscurare, dai siti internet o dai social media, i contenuti ritenuti lesivi su richiesta sia dei genitori che del minore (over 14) oggetto di cyberbullismo. Inoltre, in base alla nuova normativa è prevista la possibilità da parte del Questore di ammonire, come nei casi di stalking, il “bullo” responsabile di tali azioni invitandolo a non ripeterle più. La verità novità, però, è sicuramente la presa di coscienza che senza un’efficace “media education, tutti gli sforzi fatti dal legislatore rischiano di essere vani.

A scuola di bullismo telematico – Ed è proprio su questa linea, che sarebbe stato previsto lo stanziamento di fondi per la prevenzione e l’educazione scolastica. Individuando e istruendo varie figure educative all’interno delle scuole ma, soprattutto, integrando i programmi scolastici con piani didattici capaci di contrastare un fenomeno, quello del cyberbullismo, che proprio tra le mura scolastiche si manifesta e si alimenta pericolosamente. Vittime e carnefici, infatti, molto spesso condividono la stessa classe o siedono uno a fianco all’altro sui banchi di scuola. Per questo è necessario, che anche gli insegnanti sappiano percepirne i segnali e arginarli sul nascere.

Un fenomeno in crescita – I numeri parlano chiaro e non lascio spazio ad interpretazioni. Secondo un rapporto del Censis, infatti, il 52% degli adolescenti è stato oggetto di episodi di violenti almeno una volta nella vita. Il 19,8%, ovvero 1 su 5, invece una volta al mese. Un dato preoccupante. Confermato anche dalla Casa pediatrica Fatebenefratelli Sacco, secondo cui su 1200 pazienti il 35% ha subito bullismo telematico. Con un incremento, secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza, dell’8% nel 2016. Ancor più drammatiche, se possibile, sono le conseguenze che questo fenomeno si trascina dietro. Il 50% dei ragazzi vittime di cyberbullismo, afferma ancora la Sen. Elena Ferrara, ha pensato di suicidarsi, mentre l’11% di loro ha provato realmente a farlo. A dimostrazione che di bullismo, ancor più se telematico, si può davvero morire.

Croce e delizia – La rete come cassa di risonanza, quindi. Come volano, capace di distruggere giovani vite con la facilità di click o, peggio ancora di un like. Quello stesso mi piace, che per un adolescente di oggi può diventare, irrimediabilmente, un “bacio” o “pugno dritto allo stomaco”. Come abbiamo potuto appurare in questi ultimi anni, l’hate speech trova nell’immenso e incontrollabile cyberspazio terreno fertilissimo. 3 giovani su 10, infatti, hanno ammesso di aver cliccato il pollice all’insù, al meno una volta, in un post che insultava o criticava un loro coetaneo. Un gesto semplice, apparentemente innocuo. Dietro al quale si celano, però, adolescenze segnate per sempre.

Cyberbullismo, chi più ne ha più ne metta – Così, mentre gli adulti erano nelle loro faccende affaccendati, il fenomeno del bullismo telematico è cresciuto e si trasformato. A tal punto, da assumere forme fino ad ora impensabili e sempre più invasive. Dal Flaming all’Harassment passando per il Put down. Sarebbero almeno 9 le tipologie di cyberbullismo individuate dagli esperti, con cui i ragazzi devono fare i conti ogni giorno. Battaglie verbali, violente e volgari, senza esclusioni di colpi. Messaggi diffamatori, insistenti e intimidatori. Violenze filmate e condivise in rete e chi più ne ha più ne metta. Prova provata che, al netto dei aspetti positivi, anche il potenziale distruttivo dei social media è in costante crescita. Urgeva una soluzione che sembra essere stata trovata.

La ciambella senza buco – Ha detta di molti, però, rimane ancora un questione aperta. Un buco, appunto. O meglio, una voragine legislativa che il disegno d legge in questione non ha ancora sanato. Dalla definizione di fornitore, infatti, sembrano mancare sia gli access providere che i cache provider e motori di ricerca. Resta comunque, ed qui la svolta epocale, l’obbligo per gestori e titolari di siti internet e social media di eliminare i contenuti in questione entro e non oltre le 48 ore successive alla pubblicazione. In caso di inadempienza, sarà compito dello stesso Garante per la privacy preoccuparsi di far “sparire” per sempre il materiale diffamatorio o lesivo.

A questo punto, rimane un’ultima considerazione da fare. Un appello, più che altro, rivolta ai genitori affinché non lascino soli i proprio figli in balia di social media, tanto utili, quanto pericolosi. Se è vero, infatti, che gli adolescenti di oggi sono figli di un’era tecnologica che, evidentemente, non appartiene ai loro genitori. È altrettanto vero che, sottovalutare od ignorare il potenziale distruttivo, a cui si faceva riferimento prima, è deleterio oggi più che mai. Responsabilizzare ed educare e, perché no, sorvegliare appare l’unico modo per scongiurare conseguenze drammatiche. Rimane da dire, inoltre, che è indispensabile che anche i grandi gestori internazionali facciamo la loro parte. Anteponendo il rispetto della dignità umana e mere logiche di guadagna.

Mattia Bagnato