La Russia ricomincia a mettere il naso in Afghanistan, quel  Paese inespugnabile  che lasciò  non poche ferite alle temute truppe sovietiche tra il 1979 e il 1989. Un atto di forza che si rivelò ben presto essere una tragedia inutile, una sorta di “Vietnam russo”, che preannunciò la definitiva caduta dell’URSS e devastò lo stato afgano.

Kabul- Il Cremlino comincia ad essere allarmato dell’escalation di vittime civili afgane, nel  2016 è stato raggiunto il maggior numero di morti dal 2009 ad oggi. E’ questo che preoccupa Putin oppure la massiccia presenza  dell’Isis in Afghanistan? Sicuramente il paese afgano potrebbe diventare una seconda Siria per la Russia ma anche un punto di incontro tra Cremlino e Casa Bianca.

Il 2016 è stato l’anno nero per quanto riguarda il numero di vittime civili in Afghanistan: circa 3500 persone sono rimaste uccise, altre 8000 sono rimaste ferite. Certo in un paese  nel quale convivono combattimenti  prolungati,  attacchi suicidi alle moschee, ai quartieri internazionali, ai bazar e strade residenziali, dove scuole e ospedali sono usati a scopo militare,   tutti elementi  che fanno dell’Afghanistan una polveriera pronta per esplodere. Manca solo la “fatidica” scintilla,  che potrebbe essere prodotta da una  più massiccia presenza dell’Isis  in costante aumento in questo ultimo periodo nel paese dell’Asia Minore. Molti generali e alti rappresentanti dello Stato Islamico stanno ripiegando nel fortino afgano dove hanno garanzie di protezione, sia geografica che militare da parte di forze antigovernative, e con loro moltissimi combattenti stranieri dello “Stato Islamico”  in fuga da Mosul e dal nord della Siria ripiegano in Afghanistan, attraverso l’Iran e il  Turkmenistan alla ricerca di un posto sicuro,  dove prima sparire nell’anonimato generale  per poi  rimettersi in gioco al momento giusto. 

 La grande impennata di vittime civili  che si è avuta nel 2016 e la simultanea infiltrazione di Daesh seppur  concettualmente diverse,  trovano un unico comune denominatore,   è comunque una situazione che comincia  a preoccupare un po’  tutti, seppur con grave ritardo: il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov sabato 4 febbraio ha incontrato a Mosca il suo omologo afghano Salahuddin Rabbani, esprimendogli la propria preoccupazione circa l’espansione dell’Isis in Asia Minore. Lavrov  prima dell’incontro, sottolineando l’importanza delle relazioni tra Mosca e Kabul  e facendo trapelare un interesse russo mai percepito dai media internazionali nell’ultimo passato ha dichiarato: «Osserviamo da vicino l’evolversi della situazione relativamente alla sicurezza in Afghanistan. Siamo preoccupati per le crescenti attività di combattimento e le attività terroristiche dell’opposizione armata, consideriamo importante la cooperazione tecnico-militare con Kabul, le attività di supporto per migliorare la capacità di combattimento delle forze di sicurezza nazionali afghane e la formazione del personale militare e di polizia della Repubblica» . Insomma, Mosca si dice ufficialmente allarmata da ciò che sta accadendo in Afghanistan e questo potrebbe rappresentare  un primo passo importante della diplomazia russa verso la crisi afgana, dopo anni di totale disinteresse.

In effetti in questa fase, l’Afghanistan ha bisogno di nuovi aiuti internazionali, nonostante la presenza di migliaia di militari stranieri e di altrettanti cooperanti internazionali il Paese asiatico sta vivendo il suo periodo storico peggiore dall’inizio della guerra americana contro il regime dei Talebani, nel 2001. La strategia americana ha determinato un sistema più o meno democratico e rappresentativo, si sono viste due elezioni e un parziale ritiro delle truppe americane, ma le cose negli ultimi due anni sono precipitate e lo scorso anno completamente degenerate: i Talebani oggi controllano circa il 70% del territorio afghano e possono contare su ingenti risorse per finanziare la guerriglia e gli attentati contro la Repubblica e contro gli stranieri: il mercato dell’eroina, l’Afghanistan è il primo produttore al mondo di oppio, e quello dei lapislazzuli garantiscono flussi di denaro incalcolabili alle tribù Talebani nelle valli e sulle montagne.

Dal 2015 l’aviazione afgana, che nel paese vanta un numero di apparecchi superiore a quelli degli Stati Uniti, ha intensificato i raid contro i villaggi e le roccaforti di Talebani e islamisti del gruppo Stato Islamico, questo ha causato un aumento del 99% delle vittime civili,  ma anche l’uso indiscriminato dell’artiglieria e delle armi pesanti sui villaggi delle  forze armate afgane fanno hanno aumentato incredibilmente il numero di vittime tra la popolazione. Che non sia in questa fase storico internazionale, Trump dipendente,  proprio l’Afghanistan a rappresentare un punto d’incontro importante tra il Cremlino e la Casa Bianca? L’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Samantha Power, ha messo in guardia l’amministrazione Trump da un riavvicinamento alla Russia  e puntando il dito sull’inaffidabilità del Cremlino e sulla passione di Putin per i giochi fuori dalle regole dello stato di diritto. La Russia in questo ginepraio di finte promesse e  migliaia di  morti civili potrebbe inserirsi con quella astuzia attendista salva popoli, che l’ha sempre contraddistinta.

 

Pierluigi Bussi