Odiato e rigettato da generazioni e generazioni di studenti, il capolavoro manzoniano è sempre più al centro di aspre critiche e scetticismi circa la sua effettiva utilità. Ma, in un’epoca di semibuio culturale come la nostra, I Promessi Sposi rimangono un testo indispensabile per la formazione. Ma allora, perché tanto risentimento verso quest’opera?

Maledetti Promessi Sposi. Era meglio se vi sposavate!”, recitava il titolo di un libro satirico scritto qualche anno fa da John Beer. La tortuosa avventura romantica di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella nella Lombardia del XVII secolo non è mai andata giù agli studenti sui banchi di scuola, che di Don Abbondio, della Monaca di Monza e di Fra’ Cristoforo proprio non ne vogliono sapere nulla! Abituati fin da bambini a imparare la pappardella del “Quel ramo sul Lago di Como” e del “Questo matrimonio non s’ha da fare. Né domani né mai!” gli studenti di ogni grado scolastico, non appena ricevuto il diploma di maturità, hanno abbandonato l’opera di Manzoni con tanto di sonoro “A mai più rivederci” e solo in pochi hanno dato una seconda possibilità a quel testo che, durante l’adolescenza, hanno odiato con tutte le loro forze.

Ma col tempo, dal mero gusto personale si è passati ad esprimere critiche sempre più feroci contro il romanzo di Alessandro Manzoni. Critiche che per lo più mettono in discussione la sua utilità e che lo ritengono un’inutile fatica, una sadica imposizione a dei dolci fanciulli, la cui innocenza è privata dalla noiosissima storia di un nobilotto lecchese che sabota le nozze di due filatori locali per una ridicola scommessa. Più di qualcuno ha inoltre espresso il parere che lo studio dei Promessi Sposi sia la cartina tornasole di una scuola stantia e polverosa, che preferisce privilegiare un barbagianni come Manzoni anziché puntare il focus su autori più recenti e meritevoli (e qui sorge spontanea la domanda: come si può apprezzare la letteratura contemporanea senza una sincera riverenza verso i grandi classici?)

Da cosa nasce quest’astio per “I Promessi Sposi”?        
Partiamo dal presupposto che I Promessi Sposi non è un libro noioso. È un romanzo lungo, dall’intreccio complesso e intricato, un’avventura che si svolge su innumerevoli sfondi e paesaggi su cui si alternano e susseguono un’infinità di personaggi tutti diversi tra di loro. È un’opera che richiede una costante attenzione e concentrazione, che non si può leggere con la stessa spensieratezza di un “Cuore” o di un “Giornalino di Gian Burrasca” (che rimangono pur sempre due pietre miliari della letteratura italiana). La lettura di questo romanzo può essere di certo un’esperienza traumatica per un adolescente abituato a tutt’altre letture, ma questo non vuol dire che il testo manzoniano sia palloso (passatemi il termine, s’il vous plait): anzi, Manzoni stesso quando si accorge che le vicende narrate cominciano ad appesantirsi, cerca sempre di spezzare con qualche congettura personale, qualche vivace digressione o con una battuta di spirito. Un esempio è fornito dalla figura di Don Abbondio, vile e pavida, che però il Manzoni non carica eccessivamente di negatività per renderla spregevole, ma che enfatizza con eufemismi per descriverla anzi con tratti grottescamente ironici:

Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro.”

Il problema, almeno per chi è costretto a studiare quest’opera, si pone nelle tematiche affrontate dal Manzoni: prima di tutto la ricostruzione storica e la filosofia della storia, dove quest’ultima è una materia che agli studenti va spesso di traverso e che è troppo spesso banalizzata a un effimero elenco di date ed eventi. Si passa poi a tematiche come la giustizia, l’umiltà e l’attaccamento ai valori, che non sono d’immediata e piena comprensione per un pubblico la cui fascia d’età oscilla per lo più tra i 10 e i 17 anni circa. Inoltre, i temi fortemente cristiani espressi dal Manzoni nel romanzo (come non citare la Provvidenza?) sono sempre più sfuggevoli in una società dove la forte secolarizzazione e il laicismo serrato vanno per la maggiore.          
Inoltre, non ci sono ragioni che tengano: qualsiasi cosa che sia imposta, è odiosa. Tutto ciò che non è spontaneo diventa deplorevole, senza contare che il sempre più decrescente interesse verso la letteratura non fa che penalizzare perle letterarie come I Promessi Sposi. Ancor peggio se la lettura e la comprensione di un libro del genere diventano oggetto di valutazione di una verifica o di un’interrogazione: in quel caso, Manzoni diventa un acerrimo nemico! Inoltre, la smania di molti docenti di finire i programmi scolastici nei tempi ministeriali li porta spesso a spiegare il tutto in fretta e furia, senza dedicare il giusto tempo a certi passaggi delicati e rendendo l’insegnamento del romanzo molto poco coinvolgente.           
In tempi poco sospetti già Umberto Eco aveva provocatoriamente proposto l’abolizione dell’opera di Manzoni dai programmi scolastici, in modo tale da evitare in un prossimo futuro oscurantismi che possano causare il declino della fortuna dell’opera e per far vivere la lettura de I Promessi Sposi come un’esperienza sensoriale e non come una greve imposizione.

Ma date le numerose polemiche e controversie, a che servono davvero I Promessi Sposi?

Per riassumere i motivi per cui è utile leggere I Promessi Sposi ci vorrebbe un libro grande quanto I Promessi Sposi. Ma cerchiamo di stringere e di arrivare al nocciolo del discorso: I Promessi Sposi è un’opera indispensabile all’interno della cultura italiana. Indispensabile perché è un tassello importante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra letteratura.   
Partiamo dal motivo forse più superficiale, ma solo apparentemente: I Promessi Sposi hanno introdotto in Italia il genere del romanzo storico. Prima dell’opera manzoniana, i “romanzi storici” in Italia erano semplici narrazioni prosastiche ambientate in un contesto storico che faceva solo da sfondo. Manzoni, ispirato dall’autore del celebre romanzo storico Ivanhoe, l’inglese Walter Scott (da cui prende in prestito il tòpos letterario del ritrovamento di un presunto manoscritto) ambienta una storia di finzione (fiction, come si dice oggi) in un quadro storico studiato fino in fondo, ricostruito con perizia filologica, quasi archeologica ma soprattutto topografica, dove gli eventi storici realmente accaduti e scientificamente verificabili (la peste, la rivolta del pane, la discesa dei Lanzichenecchi in Italia ecc…) influiscono nella trama e nella psicologia attitudinale dei personaggi. Lo stesso Eco, estimatore viscerale del Manzoni, era pienamente consapevole che il suo romanzo storico di maggior successo, “Il nome della Rosa”, non sarebbe mai esistito se prima non ci fossero stati I Promessi Sposi.  
In secondo luogo, quello più importante, I Promessi Sposi sono la prima VERA opera in italiano. Chiariamo questo punto: non che Goldoni, Parini o Vico scrivessero in arabo, ma il loro italiano era una lingua pesantemente influenzata da dialettismi, arcaicismi, arcadismi e da forestierismi spesso non ben adattati. L’opera di Manzoni è la prima opera letteraria scritta in italiano moderno, comprensibile, che non necessita di troppe parafrasi. Ciò è indubbiamente il frutto di un percorso linguistico evolutivo voluto dal Manzoni stesso, che osservava, non senza dispiacere, che l’Italia era l’unico paese in Europa dove la capitale politica, Roma, non coincideva con quella linguistica, Firenze. Quest’ultima era infatti la patria delle “Tre Corone” (Dante, Petrarca e Boccaccio) che già nel Cinquecento Bembo aveva proposto di prendere come modello di riferimento su cui modellare una lingua nazionale da parlare in tutta la penisola italiana. Profondamente insoddisfatto del suo Fermo e Lucia, scritto in una lingua che mescolava maldestramente il francese, il dialetto lombardo, il toscano e il latino, e non pienamente entusiasta della “buona lingua” usata nell’edizione del 1827 del romanzo, Manzoni sentì la necessità di creare una koinè diàlektos, una lingua comune nazionale, intervenendo così in quella lunga diatriba linguistica che risaliva già ai tempi del De Vulgari Eloquentia di Dante Alighieri e che si era riaccesa in seguito alla pubblicazione delle Prose della Volgar Lingua di Pietro Bembo. Il modello di base rimaneva il fiorentino, il dialetto letterario più basilare, quello che era più vicino alle forme latine e al contempo più lontano da contaminazioni estere. Ma non doveva essere il fiorentino delle Tre Corone, a dire di Manzoni, a formare la base di questa nuova lingua: quel fiorentino era troppo arcaico, vetusto e poco comprensibile alle orecchie di coloro che abitavano fuori dalla Toscana. Il fiorentino da cui doveva sorgere la lingua di quel paese che pochi anni dopo l’uscita de I Promessi Sposi sarebbe stato unificato dai moti risorgimentali doveva essere quello quotidianamente parlato dalla classe colta, quello di cui non si trovava traccia in alcun libro ma che era solo d’ascoltare. Il risultato, la cosiddetta “risciacquatura dei panni in Arno”, è una lingua semplice, popolare (ma non plebea), familiare, senza troppi fronzoli ed epurata da lombardismi e francesismi comprensibili solo per un pubblico ristretto. Una lingua che sarebbe stata usata come modello di riferimento di scrittura sia per gli autori d’età successiva che per le generazioni di studenti dell’Italia postunitaria. Oggi come non mai, in una società dove la lingua sembra diventato un mezzuccio facoltativo, un’opera come I Promessi Sposi, che ci mostra un corretto e pulitissimo uso dell’italiano, è indispensabile come l’ossigeno, se non altro perché lo stesso Manzoni si è reso complice di quell’unificazione linguistica e culturale dell’Italia unita. E se Cavour diceva che “fatta l’Italia bisogna fatti gli italiani”, senz’altro Manzoni ci ha messo il suo per fare l’italiano!          
Per quanto molti temi affrontati nel romanzo siano per lo più legati a concetti e a valori figli di quel tempo, I Promessi Sposi è un’opera molto più moderna di quel che si possa pensare. Se in nuce nella dominazione spagnola della Lombardia Manzoni inserisce analogie neanche troppo velate al dominio austriaco, in più episodi si celano delle critiche alla società e al potere attuali oggi come allora, che non sembrano conoscere epoca. Quanti Don Abbondio si trovano oggigiorno che si riempiono la bocca di paroloni ampollosi ed edulcorati con cui tentano di gabbare il prossimo? E quanti Azzeccagarbugli raggirano la burocrazia e la legge a proprio favore, in barba ad ogni senso di giustizia? E lo stesso popolo, quel “volgo disperso che nome non ha”, non si dimostra spesso una massa informe che segue la bandiera più conveniente
(senza effettivamente valutarne i vantaggi) finendo per abbandonarsi alla mercé di politici spietati che sfruttano i più loschi trucchi demagogici e retorici pur di avere il consenso popolare? I politici erano corrotti nel Seicento, sembra dire Manzoni tra le righe, tanto quanto quelli dell’Ottocento, e la giustizia va sempre e solo a favore dei potenti e dei corrotti, mentre “gli umili” devono solo annuire e accettare passivamente. Ma il ritratto sociale dipinto da Manzoni è tutt’altro che pessimistico, dal momento che la Provvidenza interviene laddove gli uomini sono manchevoli e la morte colpisce tutti senza fare troppe distinzioni sociali: nel lazzaretto, dilaniati dai colpi della peste, spirano sia l’umile Fra Cristoforo che il potente Don Rodrigo, quel nobile che aveva dedicato la sua vita alla fama, al potere e agli abusi che il suo status gli concedeva.   
E nelle stesse figure di Gertrude, la Monaca di Monza, e di Don Abbondio Manzoni (che eppure mostra una certa sensibilità nei riguardi del cristianesimo) inserisce una velenosa critica rivolta non solo a quella religiosità ipocrita e forzata, per nulla spontanea e serena, ma anche a una chiesa corrotta e legata alla materialità: la prima perché la religiosità impostale dal padre l’ha resa una “sventurata”, una “una larva come l’altre”; l’altro perché non ha preso i voti sacerdotali per questioni di spiritualità e vocazione, ma solo per avere una vita senza troppe preoccupazioni. E Gertrude stessa finisce per vivere una vita incompleta, per nulla appagante, sempre divisa tra i doveri monacali e quei piaceri carnali che la tonaca le nega. Ma a vincere questo scontro è la tentazione, che spinge la monaca ad avere una tresca illegittima con Egidio e a rendersi complice dell’omicidio di Caterina. La Monaca di Monza non rappresenta allora ognuno di noi da questo punto di vista? Non diventa forse una rappresentazione allegorica dei nostri sbagli, di quelle tentazioni che soddisfiamo per puro egoismo?
E se vogliamo proprio esagerare: Don Rodrigo, che accetta la scommessa del cugino Attilio solo per orgoglio, non è forse un “bullo ante-litteram” che, come tutti i bulli, usa la violenza e il sopruso per mascherare le proprie debolezze?  Anzi, la sua viltà è addirittura duplice, dal momento che il nobiluomo non agisce da solo, ma si circonda di bravi e rissaioli che fanno il lavoro sporco al posto suo.

Ecco, il problema è proprio questo: oggi la difficoltà sta nel far vivere, nell’adattare, nel coinvolgere e avvicinare il pubblico giovanile alla lettura dei Promessi Sposi. L’opera di Manzoni viene troppo spesso affrontata come un dente da togliere, come una tappa da affrontare “perché va fatta”. Di fretta, alla bene e meglio: quel che ne esce esce. E non bastano gli sceneggiati televisivi, le parodie o i fumetti per dare il dovuto lustro al romanzo manzoniano: questi sono senz’altro utili e piacevoli, non c’è motivo di condannarli, ma non sono sufficienti. È prima di tutto necessaria un’esaustiva spiegazione sull’importanza di quest’opera: perché il Ministero dell’Istruzione ha inserito I Promessi Sposi nei programmi scolastici nel 1870, ovvero tre anni prima della morte dell’autore? Per rispondere a questa domanda va dunque chiarita l’inestimabilità storica, letteraria, linguistica e culturale di quest’opera. Quella verso Manzoni non è una lusinghiera ruffianeria, ma una devozione verso una personalità che ha contribuito enormemente a dare lustro alla cultura del nostro paese. Il nome di Alessandro Manzoni non compare sui libri di antologia in virtù di un insegnamento autoreferenziale e fine a sé stesso. Dovere dell’insegnante, inoltre, è quello di collegare le tematiche di cui il testo manzoniano è pregno a quelle che sono le esperienze quotidiane di uno studente: bisogna far capire ai più giovani che, nel loro percorso di studi, di vita o di lavoro, potranno incontrare un Don Rodrigo pronto a mettergli i bastoni tra le ruote (anche i leoni da tastiera del web sono dei “Don Rodrighi”, se vogliamo!) oppure un Fra’ Cristoforo che si prodigherà sempre in loro favore. L’importante, nella grande avventura della vita, è mostrarsi sempre forti e caparbi, proprio come Renzo.

                                                                                    Michele Porcaro