In Italia gli assorbenti igienici femminili sono tassati come i beni di lusso nonostante siano una prima necessità per tutte le donne in età fertile. Dall’estero arrivano i primi esempi positivi: il dibattito è vivo, ma la strada da percorrere è ancora molto lunga.

La chiamano tampon tax, o anche blood tax e pink taxt, la tassa inclusa nei costi degli assorbenti igienici femminili. Se in Italia le scommesse e il gioco del lotto cadono sotto l’ombrello dei monopoli in quanto esenti dall’Iva, non vale lo stesso per gli assorbenti, tassati al 22% come i beni di lusso. Nel Bel Paese in cui la tradizione culinaria è sacra, l’Iva è ridotta al 10% su alimenti non propriamente indispensabili come la birra, il cioccolato o persino il tartufo. Gli assorbenti invece no, al netto delle tasse, sono pari alle automobili e i televisori.

Si stima che nel corso della sua vita una donna di un paese industrializzato abbia in media 450-500 cicli mestruali. Dal punto di vista del mercato si tratta di un giro di affari da milioni euro. Sulla base dei dati Nielsen forniti da Lines Italia e elaborati da VanityFair.it, nel 2015 sono state vendute più di 144 milioni di confezioni di assorbenti, 48 di salvaslip e 9 milioni di tamponi. Si tratta di circa 460 milioni di cui 83 di Iva. Se venisse abbassata, le casse dello Stato perderebbero milioni di euro, ma non sarebbe lo stesso per le cittadine di ogni estrazione sociale.

Per le donne in stato di povertà far fronte alle necessità dell’igiene femminile è spesso una vera e propria sfida alla sopravvivenza. Non è un caso che il primo paese al mondo ad abrogare le imposte sugli articoli mestruali sia stato il Kenya nel 2004. A dare il buon esempio è stato poi il Canada, che nel 2015 ha rimosso la tassa a seguito di una partecipatissima petizione online. In India, paese ad altissimo livello di povertà, ha raggiunto gli stessi obiettivi il 22 luglio. L’Australia ha recentemente annunciato che abolirà l’aliquota a partire dal prossimo anno.

Sul versante europeo, il modello è in primis l’Irlanda, unica in cui gli assorbenti sono venduti a tasso zero. In Olanda, Spagna e Francia l’IVA si aggira tra il 5 e il 5,5%. Tra i più virtuosi, c’è sicuramente il Regno Unito in cui, nonostante l’imposta sia pari al 5%, il dibattito sulla povertà da ciclo è vivissimo. Molti supermercati britannici, in attesa di nuove legislazioni, hanno ridotto autonomamente il costo dei prodotti igienici femminili. Il vero passo avanti è avvenuto in Scozia, dove è stata indetta una legge per cui gli assorbenti sono forniti gratuitamente all’interno di scuole e università per tutte le donne fino ai 25 anni con un investimento da più di 5 milioni di sterline. Vento di cambiamento di respira anche in Spagna, dove la ministra delle Finanze María Jesús Montero del partito socialista ha annunciato che l’imposta sarà ridotta al 4% poiché è inammissibile che «gli assorbenti non siano considerati prodotti di base necessari».

In Italia quello sull’abolizione della pink tax sembra essere un percorso ancora tutto da intraprendere. A farsi promotore della battaglia in Parlamento è stato un uomo, Pippo Civati (ex Pd), nel 2016. Più recentemente, è tornato sul tema Pierpalo Sileri (M5s). Il presidente della Commissione Sanità del Senato ha postato su Facebook un video in cui illustra la sua proposta di legge per riformare la questione della tampon tax, tuttavia per il momento il progetto resta solo allo stato di ideazione. Nel vivo dibattito internazionale, l’Italia rimane proclamata sorella della Germania, in cui la tassa è del 19%, e dell’Ungheria, dove raggiunge addirittura il 27%.

Serena Mauriello