Il reportage fatto da Repubblica non è un oggetto di memoria per il ricercatore italiano, a 16 mesi dalla sua morte, ma è un’ostinata ricerca della verità per la difesa dei diritti umani.

 

L’attenzione è ancora alta, forse dovrebbe esserlo ancora di più, perché quella di Giulio Regeni è una storia drammatica dove si nascondono mille altre storie complesse; che raccontano la presenza di sporchi fenomeni sotterranei che governano la vita sociale e politica del nostro mondo.
I giornalisti Giuliano Foschini e Carlo Bonini hanno ricostruito con il docufilm “9 Giorni al Cairo” un intreccio di interessi internazionali, di violazioni dei diritti umani, di depistaggi e segreti, di rapporti sempre più instabili tra governi e governati, tra Stati e autorità. Chi era Giulio e perché lo hanno ucciso?
Giulio Regeni era un figlio dell’Europa, un giovane curioso finito al Cairo per conseguire il dottorato di ricerca per l’università di Cambridge sui sindacati indipendenti egiziani. Rapito il 25 gennaio 2016, nel giorno del quinto anniversario della rivoluzione popolare egiziana contro Mubarak, fu ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo, con segni di tortura e di mancata verità.

25 gennaio: l’ambasciatore italiano al Cairo Massari viene informato della sparizione di Giulio, che aveva saltato un appuntamento nei pressi di piazza Tahrir.
26 gennaio: un funzionario dell’ambasciata italiana deposita la denuncia di scomparsa presso una stazione di polizia, nonostante inusuali resistenze dei poliziotti egiziani.
27 gennaio: i genitori di Giulio, Claudio e Paola, vengono avvertiti della sparizione; la madre ha la visione di una brutta fine per Giulio.
30 gennaio: i genitori arrivano nella capitale egiziana; dopo l’inutilità dei canali burocratici e amministrativi viene deciso un intervento a livello politico: il ministro degli esteri Gentiloni è a colloquio con il ministro dell’interno egiziano Ghaffar. Della scomparsa di Giulio intanto viene avvertita la stampa che la diffonde, per creare una pressione internazionale.
2 febbraio: l’ambasciatore Massari chiede alle autorità egiziane: «cosa sapete di Giulio? We want Giulio back».
3 febbraio: incontro tra il ministro dello sviluppo economico Guidi, in Egitto per altri doveri, con il presidente Al Sisi, per Giulio. Il corpo del ricercatore però in quel momento era già in strada. Morto da ben 24 ore. Giulio viene ritrovato lungo la superstrada per Alessandria, vicino ad una sede della National Security (2 km), il servizio segreto civile egiziano. Ma come hanno riconosciuto Giulio se non c’erano i documenti? I genitori vengono avvertiti: finiscono serenità e futuro per la famiglia Regeni.
4 febbraio: il corpo è stato martoriato, l’ambasciatore dice ai genitori: «meglio ricordare Giulio per come era».
6 febbraio: rientro in Italia dei Regeni, l’autopsia viene eseguita all’Umberto I di Roma. Ancora nessuna verità dai fatti, ma parla il corpo di Giulio con la sua storia e verità: «una morte lenta, prolungata, in agonia» sentenzia il dott. Fineschi, medico legale, per una lesività che non ha risparmiato nessuna parte del corpo del ragazzo. La madre di Giulio invia un duro sms alla professoressa tutor del progetto di ricerca: «non sapeva che era pericoloso mandarlo in Egitto?». Inizia il lavoro per la verità, nonostante tutti i depistaggi iniziali e gli ostacoli seguenti, che  rappresentano come una violenza che si perpetua verso Giulio. Le indagini accertano una tortura eseguita in pochi giorni, fatta da una struttura organizzata, quindi statale o parastatale.
8 febbraio: l’ambasciatore viene richiamato dal Governo per dare un segnale forte all’Egitto.
Marzo: una banda di rapinatori viene scoperta e uccisa dalla polizia, e vengono ritrovati i documenti di Giulio. Ma è strano che un rapinatore si tenga a casa la pistola fumante di un caso di cui si sta occupando tutto il mondo: è una copertura dei veri responsabili.
Fine 2016: una certezza: i responsabili hanno ucciso Giulio ritenendo Giulio quello che non era, cioè una spia. Viene fuori il nome di Mohammed Abdallah come fonte dell’interessamento dei servizi egiziani per Giulio. Chi è? Abdallah è il capo del sindacato dei venditori ambulanti e l’ultima ruota di un circuito complesso che ha portato Giulio in Egitto e poi al suo tragico destino; perché Giulio arriva al Cairo con questi passaggi: dottorato Cambridge, affiliazione con l’American University al Cairo, una ONG, Abdallah. Abdallah è l’innesco della vicenda di Giulio, vendendolo a tradimento agli apparati di sicurezza dopo un mancato finanziamento di 1000 sterline per lo studio del dottorato che il sindacalista voleva a fini personali per curare la famiglia. Questa distanza, anche culturale, fa logorare il rapporto tra i due e la National security ordina ad Abdallah di filmare ogni incontro con Giulio attraverso una telecamera nascosta. I servizi egiziani hanno paura che il popolo scenda per le strade nell’anniversario del 25 gennaio e si fanno attenti su ogni sospetto, su ogni straniero vicino agli ambulanti, che dopo la rivoluzione popolare del 2011 svolgono proteste e manifestazioni in piazza contro il loro divieto.
L’indagine, svolta solo dall’Italia, porta alla luce anche una triste coincidenza: prima di uscire la notte della scomparsa Giulio ha scaricato canzoni che suonano terribili profezie: “mi vedo mentre mi sgretolo e cado di faccia/vedo tutto sparire senza lasciare una traccia/vediamoci per strada, vediamoci dove ho detto, tutta colpa di un rush di sangue alla testa. “A Rush of blood to the head” dei Coldplay suona a lutto.
Marzo 2017: la Procura di Roma richiede l’interrogatorio di 10 ufficiali dei servizi che hanno depistato la ricerca della verità, alcuni di loro sono anche responsabili della morte di 5 innocenti indicati come della banda dei rapinatori a cui si voleva accreditare il sequestro di Giulio.

Quella di Giulio Regeni è una storia difficile da accettare, per tutti, che si è anche sfortunatamente incrociata con il clima di terrore che vive la dittatura di Al Sisi, che ha paura della voce della piazza, delle possibili rivolte di democrazia del popolo, quindi soprattutto dei sindacati indipendenti. Tuttavia le indagini proseguono nelle difficoltà e si conoscono oggi i nomi degli ufficiali responsabili (quello di Sharif Abdalaal), si conosce il nome del colonnello Hendy che ha lasciato le impronte sui documenti di Giulio e che probabilmente ha messo vicino alla banda.
In Egitto, come purtroppo in molte parti nel mondo, rispetto ai diritti umani sta prevalendo la paura dello straniero, di colui che fa ricerca sociale e che parla con la società e scardina il sistema del “non far sapere”. La storia di Giulio racconta anche questo, e di una storia che non è diventata storia dell’Europa. Le mancate risposte della tutor Maha e i silenzi di Cambridge (la cancellazione dell’account universitario di Giulio), l’assenza della voce della comunità europea e degli altri Stati (Hollande che va poche settimane dopo la morte di Giulio in Egitto per gli affari di una politica cinica) come dei giornali europei, rinnegano una storia che potrebbe essere la storia di molti altri ricercatori in giro per il mondo per la propria passione e il loro, come dell’intera società, migliore futuro.
Perché Giulio non è stato anche questo?
Il mondo in che direzione sta andando per i diritti umani?
Gli U.S.A. di Trump hanno fatto un passo indietro e il Segretario di stato Tillerson ha espresso senza problemi questa impostazione: «la politica estera non sarà subordinata a diritti umani»; i recenti accordi (di armi) con l’Arabia saudita sono ulteriori conferme. In Egitto si hanno invece 1000 casi di sparizione ogni anno, 3-4 al giorno, con casi di tortura e violenze; con il benestare del Presidente. Al Sisi di Giulio sapeva?
Battersi per Giulio allora è farlo anche per le tragedie dei senza nome Giulio d’Egitto, che ogni giorno perdono umiliati i loro diritti umani e civili. E tuttavia non ci rassegniamo alla memoria di Giulio, vogliamo solo la verità. La pressione di Governo, magistratura e giornalisti deve continuare a scavare quel grigiore che nel mondo vuole nascondere la bellezza di una civiltà democratica: non bisogna rimandare l’ambasciatore al Cairo, si devono individuare altri strumenti per spingere le indagini, si devono coinvolgere gli altri paesi affinché ritirino i propri ambasciatori, bisogna dichiarare l’Egitto paese non sicuro. Perché è ferma l’inchiesta sul depistaggio in Egitto? Perché i video e i fascicoli di giulio non sono stati ancora consegnati alle nostre autorità?
Il 25 gennaio 2017 c’è stata un’intensa manifestazione a Roma per Giulio Regeni, con in testa gli ammirevoli genitori, il 25 maggio si è trasmesso uno speciale su Giulio di Cartabianca su Rai3 (un’azione forte di servizio pubblico) con la legale della famiglia Ballerini, con Riccardo Iacona e il direttore di Repubblica Calabresi, e con il direttore di Amnesty International Riccardo Noury. Tutti per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni.
Perché questa è una storia di nomi e cognomi che ormai ha bisogno solo dei timbri della giustizia, perché si stanno sempre più strappando brandelli di verità.
In questo mese, infine, il 2 giugno, ricorre la Festa della Repubblica italiana: dedichiamola allora, con affetto, a Giulio, essendo il giorno in cui tutti gli italiani esprimono un sentimento di appartenenza all’Italia e alla sua comunità, orgogliosi della sua storia, dei suoi cittadini e di quanto ha saputo costruire negli anni, sulla nostra Costituzione di libertà e democrazia. Verità per Giulio Regeni.

 

Emanuele Forlivesi